27 giugno 2017

KAOS NOSTOS e l'incolmabile nostalgia. Mostra di Maria Sanchez Puyade





















Estate 2017 Trieste. Come a Dublino, New York, Pola, Melbourne, Shanghai, Mosca, Parigi, Londra, Montreal, Sao Paulo, San Francisco, e in centinaia di altri centri piccoli e grandi nel mondo, a Trieste – città che Joyce chiamò “mia seconda patria” – si è recitato, ballato, discorso, suonato e brindato nel nome di Joyce e del suo grande anti eroe. Leopold Bloom, protagonista del romanzo Ulisse, è riapparso ( me lo immagino a tratti barcollante) gironzolando per le strade di Trieste. Si è affacciato anche al Palazzo Costanzi, Sala Veruda. Trovando sulla porta Maria Sanchez Puyade, che lo fa entrare. Nascono in quel momento magie delicate e intense, difficilmente narrabili.

Diciassettesimo e penultimo capitolo, Itaca.

Kaos Nostos. Atmosfera profonda nella sala, penombra, eco di voci guida in lontananza che ipnotizzano e chiamano come sirene, cosmo stellato che scivola sulla terra e in senso verticale s'immerge fino alla storia, alle nostre peregrinazioni sperdute, al nostro girovagare ciechi in cerca di risposte alle nostre domande. Viaggiare, dentro e fuori dà un senso al nostro appartenere a questa terra, ma allo stesso ci toglie e aggiunge orizzonti, destabilizza certezze, sulla nostra assenza smuove equilibri, ricerca nuovi assestamenti al nostro rientro.

Maria Sanchez Puyade non desidera che si fotografino le tappe del suo percorso all'interno della mostra, perché desidera sussurrare, nella luce soffusa, richiami ancestrali affinché il visitatore si faccia attore, immergendosi, con o senza spiegazioni, in sensazioni fluide nello spazio/tempo/umanità/cosmo.
Rispettare le preferenze dell'artista è entrare ancora di più nel suo stesso cosmo.


Sala Veruda, Palazzo Costanzi, Trieste.
Fino al 16 luglio, ogni giorno dalle 10 alle 13 e dalla 17 alle 20.
















María Sánchez Puyade (Argentina, residente a Trieste dal 2005), cura e dirige l'emporio dell'arte Liberarti. Scrittrice e artista, ha partecipato a diverse installazioni, tra cui, La Febbre dell'oro (Bologna), Fiera in Giardino (Trieste), e la sua individuale: Animale in città (Artefatto-trieste). Ha ideato la performance 7Donne e Un uccellino, ha scritto due romanzi, un opuscolo di poesia, due operette teatrali e diversi racconti.

19 maggio 2017

Cristiano Pinzan e la sua Donna in tutte le Donne.

Non pubblicare volontariamente neppure una foto di una mostra fotografica per parlare di quella mostra può apparire paradossale. È quasi di un paradosso infatti che voglio raccontare, il cortocircuito rarissimo che accade quando il fotografo trascende le foto dei ritratti che crea fino a farle diventare non un traguardo visivo, ma un canale per comunicare. Comunicare cosa? non la bellezza canonica o ricercata delle donne che vengono fermate in un immagine, ma le singole profondità di ogni essere umano. Allora lì si percepisce realmente come in un prisma ortogonale le stanze private di ognuna, il tragitto diventa ponte di conoscenza e autoconoscenza, la leggibilità dell'individuo diventa un libro raccontato con una singola emozione che si sfuma moltiplicandosi nelle possibilità. Allora il clic è la conferma di un percorso cesellato in ore e giornate di ascolto e preghiera, di parole e esplorazioni. Allora i segreti diventano doppie esposizioni, le pieghe della carne diventano ricordi e speranze e paure, gli sguardi diventano introspezioni. Il fotografo si fonde con la sua opera. E questa si chiama arte.


lui è CRISTIANO PINZAN
e dal 19 MAGGIO 2017 la mostra è visitabile presso il Knulp, in Via Madonna del Mare 7a Trieste
Cristiano Pinzan - classe '60, veneziano, vive e lavora a Treviso.  
Su Cristiano Pinzan qui








La mostra si chiama EVA CONTRO EVA (donne allo specchio)
Tutte le info sull'evento qui

(a cura di Nanni Spano - Associazione Culturale DaydreamingProject) Info qui











23 febbraio 2017

Sintonia con le cose non finite

Sintonia con le cose non finite.

La velocità impetuosa con la quale improvvisamente mi scaglio sulla creta, insofferente alla lentezza delle mie dita, e intollerante verso la resistenza della materia, mi stupisce ogni volta.

Ho fretta. Come un amante appassionato che ha pochi minuti per godere del suo amore, e strappa le vesti, armeggia ansimando con bottoni e camicette. Ho fretta di non so cosa, tocco, giro, premo, uso polpastrelli, attrezzi improvvisati che trovo lì vicino, il palmo delle mani, le nocche del pugno chiuso. Come se una visione fugace di ciò che posso fare e devo fare passasse a mò di meteora d’ispirazione. Corro. Ansimo.

E poi, d’un tratto, mi fermo. Non ho finito, non ho mai finito quando mi fermo.

Non provo soddisfazione, non è finito il tempo a disposizione, non vengo interrotta. Mi fermo e basta. E questa sospensione dà un senso al vortice di azione precedente. Un pianista che nel trillo finale solleva le mani. Vuoto. Silenzio.

Certo riprenderò, ma dopo la tregua. Il giorno dopo, o non so quando, continuerò da quel punto. Senza sperò ritrovare più la smarrimento di quella fame iniziale, l’ingordigia di quel momento.

Ho letto recentemente su un blog d’arte un’intervista ad Alfredo Pirri, in cui dice:

“Sai cosa faccio tutti i giorni e non solo per quanto riguarda le mie opere ma tutto? E in particolare per il mio lavoro? Smetto di lavorare solo quando sono certo che se morissi all’improvviso quel lavoro si potrebbe considerare finito. Perché penso sempre a quello che dici e siccome io stesso mi ritengo spettatore dei miei lavori mentre li faccio, penso, che se morissi all’improvviso quella cosa comunque dovrebbe essere completa”.

Io mi muovo al contrario. Non finisco le cose. Volontariamente. Le affronto a spada tratta e poi sospendo. Una danza sincopata maledetta, in cui l’immersione dura un tempo, e la sospensione segue meticolosamente.

Per anni ho chiamato questo mio lato inconcludente.

Adesso che la maturità mi permette di accettarmi senza pregi e senza difetti, comprendo che la mia attrazione verso la non fine delle cose, è una necessità profonda. Un bisogno che si trasforma in tregua - aggancio - con il proseguimento, cioè il domani. Come se sospendendo il lavoro volontariamente e quasi di sorpresa per la me stessa razionale, impedissi la celebrazione di un traguardo, di conseguenza la giustificazione di un arrivo, il termine di un passaggio. Forse è un anti rito che in me esorcizza la fine, e la paura del conseguente vuoto. La morte.