17 marzo 2012

rapporti difficili: io e il mio modem

Il mio modem vuole stare vicino vicino a me, al massimo mezzo metro, se no non mi concede il suo wifi. E' un modem romantico.

Il mio modem sa bene quando sto chattando di cose emozionanti su skype. Quando si accorge che aspetto o devo dare una risposta clou si agita, e flop, chiude l'occhietto verde interrompendo la linea. E' un modem ansioso.

Il mio modem sta dalla parte delle majors cinematografiche. Trova tutte le scuse per non farmi vedere intero un film in streaming. E' un modem onesto.

Il mio modem ha un'antennina sensibile. Certe volte quando mi sente su di giri si emoziona e l'antennina gli casca giù. E' un modem con ansia da prestazione.

Il mio modem ha paura dei gatti e dei cani. Chiude tutte le comunicazioni quando un animale lo annusa da vicino. E un modem fifone.

Il mio modem è monogamo. Da quando ha vicino il decoder, fa i capricci ogni giorno. E' un modem geloso.

Il mio modem e io staio attraversando un momento di crisi, lui mi soffoca, non dandomi spazio sufficiente, io lo accuso di non fare abbastanza per la famiglia. E' un modem di quelli che ce n'è tanti.



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12 marzo 2012

Anita Pittoni, visioni e percezioni

«Sono le otto. Mi sono levata alle sette e non dormivo più dalle cinque. Ed è tutto per il pensare, che non dormo. C’è questo pensiero centrale del mio lavoro e poi tanti altri pensieri, altri lavori che mi si delineano dentro e ho allora l’impazienza di portare in porto questo, perché gli altri non mi sfuggano».
(le prime righe, datate 18 ottobre 1944, del diario di Anita Pittoni)




FUTURISMO, ASTRATTISMO
COSTRUTTIVISMO
forniscono ad Anita Pittoni i principi sui quali costruisce il suo linguaggio espressivo e la spingono verso approfondite ricerche strutturali e materiche. Anita intrapende una multiforme attività artistica.

È ideatrice di bozzetti per abiti, di figurini per balletti e spettacoli teatrali, si occupa di moda e di arredamento, dirige un laboratorio per l’esecuzione delle proprie creazioni e grazie a questo riflette sulle problematiche inerenti i rapporti di collaborazione tra l’artista e l’artigianato. Dà un concreto contributo alla formazione delle lavoratrici, che educa ell’esecuzione di manufatti d’alto livello. Il RICAMO, la MAGLIA e la TESSITURA a telaio costituiscono il punto di partenza del suo percorso espressivo, teso a rinnovare motivi decorativi, uso dei colori e materiali. Le donne che lavorano intensamente per lo Studio d’arte decorativa fra il 1930 e il 1942 sono circa 90.
Come esempio di chi fosse la Pittoni, possiamo citare 2 episodi, uno dell’infanzia e uno della vita adulta, descritti in prima persona. L’episodio dell’infanzia si riferisce ad un’occasione in cui la madre vuole che indossi un vestito di “lunghezza decente”: “Mi sento schiacciata, immiserita…Mi vuol costringere e chiudere nell’influenza degli abiti, impedirmi tutto un modo di fare e perfino di essere…Dentro a quegli abito assumo delle arie da ragazzina per bene, innocente e brava; devo essere una ragazzina per bene, innocente e brava da sentirne tutto il peso.” Ciò che colpisce è la dolorosa consapevolezza di come l’abito possa essere uno strumento di repressione, di rimozione della sua vera natura, di manipolazione del suo essere, affinchè diventi quello che la società con la sua cultura si aspetta da lei: “Io, non sono io nei miei vestiti, nei miei atteggiamenti, non sono per niente contenta di me, una fanciulla così antipatica mi sento, con quel lavoro all’uncinetto sempre in mano per far contenta la mamma, per la gioia del papà, dei fratelli, della zia, dello zio…”Anche nell’episodio di vita adulta, con Lawrence si descrive questo difficile incontro tra sensazioni interne ed aspettative esterne. L’uncinetto, ancora protagonista anche se da simbolo dell’aspettativa esterna, è nel frattempo diventato forma di meditazione e simbolo del suo essere più autentico: “Mi demolisce. Proprio perché sono tutta presa in questo umile lavoro manuale. Crede di sorprendermi nel mio vero essere, poca cosa che me ne so stare così intenta e attenta come se niente altro esistesse per me che quella meccanicità…” e rincara “Dice che proprio non tendo a nulla, che non ho una meta come qualche volta si è portati a credere, che lui non si lascia ingannare da quelle mie mani che si muovono come due esseri spirituali….” e conclude con l’umorismo che la caratterizza: “D’improvviso mi viene un’idea, così, tanto per provarmi cambio l’espressione del viso, mi fingo assorta in alti pensieri, e continuo a lavorare con aria distratta….Lawrence colto di sorpresa nella sua ingenuità, ne è disorientato. E’ imbarazzato…Come può di punto in bianco dar a vedere di aver cambiato opinione…Confessare che si è sbagliato?”Ciò che emerge chiaramente anche in questo divertente siparietto con Lawrence è l’estrema chiarezza su ciò che è forma e ciò che è contenuto. Chiarezza peraltro già presente durante l’infanzia in cui: “..i miei veri pensieri li avvolgevo in un secondo strato di pensieri visibili ..” Così come è anche palese la capacità di giocare con questi due aspetti: “Nella fanciullezza io mi sentivo avvolta in una continua, sottile prigionia; per evadere solo le vie indirette avevano dell’efficacia. A queste mi affidavo diventando abilissima.” Da dove deriva questa capacità di distinguere tra i due aspetti? La forma è tipicamente legata alla percezione visiva, mentre la capacità di sentire il contenuto è legata alla fisicità, alla sensualità, alla capacità propriocettiva, cioè quella di percepire il proprio corpo dall’interno. Per esempio una persona prevalentemente visiva dice: “Mi fa piacere vederti bene…”, una propriocettiva dirà invece “Mi fa piacere sentirti bene”. E non ci sono dubbi che la Pittoni avesse molto forti entrambi gli aspetti. Se pensiamo ad esempio all’aspetto propriocettivo, in un editoriale dal titolo Il senso della materia e che non lascia molti dubbi in proposito afferma: “Dobbiamo praticamente studiare le tecniche antiche…i congegni macchinosi soffocano l’arte nell’oggetto, tenendo lontane le mani non più amorose di chi lavora.” Oppure come quando in un suo racconto intitolato “La chioma della sirena” in cui paragona appunto le sue “amate matasse di canapa” a “un’abbondante capigliatura marina”: “Che prendo tutta nelle braccia, avvolgo il viso in quella freschezza, in quell’odore di mare di barca di reti”. Dove l’esperienza sensuale della percezione corporea si compenetra all’esperienza olfattiva. Ci sono buoni motivi per credere che in questa integrazione e cooperazione dei propri sensi ci sia uno dei segreti dell’universalità e bellezza del suo lavoro. La capacità visiva che sicuramente non le faceva difetto si integra con altre dimensioni sensoriali: “..a sentire una composizione coloristica non concorrono soltanto gli occhi ma anche la musicalità della nostra anima e tutti gli altri sensi” perché “c’è della musicalità nel colore e del colore nella musica”.Guardando tra i suoi scritti troviamo che le sue capacità artistiche erano già presenti durante l’infanzia, come quando descrive: “Una volta sì, me ne sono stata cheta a guardare la pioggia, rannicchiata sotto un tavolo da osteria in un cortile campagnolo. Ricordo di aver notato la pioggia dentro l’inquadratura delle gambe e del piano del tavolo sopra di me: momento di osservazione pura ma già limitata in uno spazio e forse solo per questo per me interessante”. E’ qui ad esempio che trova radice un’affermazione che farà molto più avanti: “il colore acquista valore quando è contenuto nella forma, intesa come proporzione”. Quindi non solo esprime ma si rende conto anche di “come” esprime, come quando parla letteralmente di afferrare la psicologia di una composizione coloristica e descrive lucidamente in che modo certi stati d’animo diventano colore. Parla ad esempio di poche note (di colore) luminose su fondi cupi in relazione a “una fantasia che più non si contiene e vuol cantare tutta la sua gioia e il suo dolore” oppure di “composizione melodica’ tenue o cupa che nasce quando la fantasia è portata ad esprimere, pur contenendosi, sentimenti nostalgici. Essa ritiene che solamente il gusto artistico può creare un oggetto degno di essere eseguito perché sa perfettamente sulla sua pelle e nella sua anima, che non solo un oggetto d’arte è ‘espressione genuina del nostro intimo movimento’ ma soprattutto ci induce, modifica, soffoca o amplifica tali ‘intimi movimenti’.Anita Pittoni è conscia di ciò e per questo sente l’importanza che ‘la nostra vita interiore sia quanto più ricca’ perché come conseguenza ‘l’arte sarà molto più intensa’. Questo aspetto è strettamente legato ad un elemento che la caratterizzava fortemente. E’ noto che i suoi capi di vestiario erano praticamente studiati ad hoc per la persona che li avrebbe indossati e tutto lascia intendere che una persona geniale, intuitiva e fattiva come lei non si limitasse ad eseguire i voleri del committente.Facciamo un breve excursus nella psicoanalisi e affini per ritornare subito dopo ai vestiti. Un percorso analitico da un certo punto di vista non è che un processo di spoliazione delle sovrastrutture familiari, culturali e religiose (falso sè) che ricoprono il nostro vero essere (sè) affinchè questo possa esprimersi. In che modo avviene questo processo? Il terapeuta (il cui significato etimologico sarebbe “accompagnatore”) riconosce, rispecchia e amplifica i lati del cliente che non sono ancora “in luce”, ma che intuisce stanno bussando e premendo alla porta dell’identità per poterlo essere. Questo avviene cogliendo segnali che si presentano, ad esempio, nei sogni o nel linguaggio o in sintomi fisici ed aiutano la persona a fare spazio e ad incontrare questi aspetti di sè. la chiave di questo processo non è tanto intuire quali sono gli aspetti non vissuti quanto piuttosto capire quali tra questi sono quelli pronti, se incoraggiati e riconosciuti, ad essere incarnati. Anita Pittoni aveva la capacità di guardare al di là della forma, di non fermarsi al personaggio che una persona le proponeva, aveva anche quella cultura che è necessaria per riconoscere gli dei presenti dentro l’Olimpo di ogni persona e che ne rappresentano i diversi aspetti. Ed era perfettamente consapevole del potere che gli abiti hanno in quanto mezzo per cambiare stato di coscienza, come quando con l’ironia e la prospettiva che le erano solite e che sfiorano quasi la presa in giro commenta così una sua liseuse: “Se avete un disguido sentimentale, e mentre vorreste essere dolci non vi è possibile riuscirvi, provatevi ad indossare questa soave camicetta rosa guarnita di pizzo bianco. Essa avrà certamente un potere sul vostro spirito facendolo subito libero da ogni senso di rancore e inquietudine”. Oppure quando pubblica la lettera della pittrice Marina Pospisilova che a proposito di una sua vestaglia chiamata appunto Marina dice: “Quando una donna indossa questa vestaglia ha il senso di entrare per la prima volta nella propria vera pelle, dentro mi sento come una placida tigre soddisfatta”.
Così come paghiamo un alto prezzo quando case e città vengano costruite da soli tecnici senza la partecipazione al progetto di persone che abbiano perlomeno avuto anche un’educazione artistica e di storia dell’arte, analogamente, dal momento che l’abito e la moda possono influenzare così profondamente il nostro modo di essere forse c’è da prestare attenzione alla scelta di chi deleghiamo ad accompagnare con i suoi vestiti i nostri ‘intimi movimenti’.In questo senso la figura di Anita Pittoni è di straordinaria attualità e potenza perché era una donna con tutti i suoi sensi così vivi e intensi e che manteneva un rapporto diretto con la materia e l’integrità del corpo e contemporaneamente era una donna che incarnava naturalmente quell’ideale rinascimentale del salotto come fucina in cui artisti e intellettuali, filosofi e tecnici si frequentano e si stimolano e completano reciprocamente. Era capace di essere manovale e imprenditrice, artista in grado di produrre d’istinto ma anche capace di descrivere con lucidità i risvolti del processo artistico. Soprattutto era una donna consapevole dell’importanza di non separare questi aspetti e di come nessuno di loro avrebbe mai potuto essere lo stesso se anche gli altri non fossero stati onorati.j. tolja  (vedi l'articolo originale)

9 marzo 2012

dedica

Le canzoni hanno mille vite, ogni loro ascolto risulta diverso, per la persona in cui entrano, per il cuore che le decodifica, per il momento della vita in cui si fanno "capire". Mille moltiplicato mille. Ancora di più. Mai una volta uguale a se stesse.
Ho ascoltato questa canzone la prima volta in piedi, accanto a una finestra, anni fa. 

(Oggi la dedico a un uomo lontano perché è il suo momento)





Incontrarsi e capire 
di guardarsi in un modo anomalo 
annusarsi e scoprire 
di piacersi in modo quasi inedito 

abbracciarsi senza tempo 
e dimenticarsi di dover andare via 

ma come mai/resto qui/a chiudere i miei occhi ancora 

MA SONO PROPRIO IO E MI RICORDO BENE 
LE TUE PAROLE DA SPALMARE PIANO SU DI ME 
SONO STATA IO A CHIUDERE LA PORTA 
A NON VOLER AMMETTERE 
IL PESO DELLA MIA LIBERTA' 

incrociarsi per errore 
e far finta di non riconoscersi 

ma come mai/sono qui/a vivere nel buio ancora 

MA SONO PROPRIO IO E MI RICORDO BENE 
LE TUE PAROLE DA SPALMARE PIANO SU DI ME 
SONO STATA IO A CHIUDERE LA PORTA 
A NON VOLER SENTIRE TUTTO IL VENTO CHE C'E' 
MA IL VENTO E' COSI' FORTE CHE SBATTE LE FINESTRE 
E RIESCE AD ARRIVARE ANCHE DOVE NON VORREI 
MA SONO STATA IO A SPEGNERE LA LUCE 
A NON VOLER AMMETTERE 
IL PESO DELLA MIA LIBERTA'.




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8 marzo 2012

gratitudine

C'è qualcosa di preziosamente leggero nella tua presenza costante nella mia vita. Un delizioso esserci senza premere. Uno speciale stare laterale.
C'è qualcosa di magicamente positivo in te. Un modo di vedere la vita sorridendo, con l'energia di sdrammatizzare qualsiasi cosa. Un'ironia rapida, veloce quanto la mia, un comprendersi e accendere reciprocamente l'allegria.
Una gioiosa curiosità verso sciocchezze e un istante dopo una presenza piena su terreni seri.
Un'equilibrio mai nominato e così solido da sembrare un patto. Un sotterraneo contare uno sull'altro, senza giudizio e manipolazioni alcune. Uno scivolare morbido e rapido tra un pensiero e un altro senza spiegare nulla, senza essere null'altro che noi stessi, senza percepire mai il minimo stridore, senza avere un dubbio di un solo minuto sulla trasparenza e l'apertura reciproca.
La mia vita è più ricca, da quando ci sei tu.
E' un regalo non dover faticare per una relazione, essere, arrivare in ritardo o aspettare, non guardare chi paga e chi ha pagato, non avere il minimo dubbio sulla buona fede e sull'intelligenza di ogni azione, lasciarmi andare a raccontarti qualsiasi cosa, ascoltare e imparare su mille altre, ridere, ridere e ridere di te, di me, di chi ci sta intorno, di chi si succede a fianco, di chi ci passa vicino.
Sono così fortunata, Marco!


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lampi sul mare liscio (ovvero gli squarci di sensazioni)

E' che uno va avanti più o meno tranquillo nei giorni, settimane, si assesta su un certo equilibrio, anche di mancanze sia chiaro, e come qualsiasi bilancia senza utilizzo, le oscillazioni pian piano s'attutiscono, fino quasi ad annullarsi. Un lento lieve ondeggiare cerca l'equilibrio in modo spontaneo, come ondine di mare sotto l'aria ferma.

Poi, un lampo nel cielo.
Poi, un tuono nello stomaco.

Salta il cuore in gola, uno spavento, o una notizia, o un godimento. E subito il picco di adrenalina vitale s'innalza. La bilancia si scuote, i piatti sobbalzano, traballano. L'equilibrio è perduto!
Ma che respiri si fanno! che sorrisi all'aria fresca, quali battiti accelerati, quanti brividi.

Per un po di tempo, tutto non torna come prima. La soglia si è alzata, la sensibilità acuita. Accade che anche andando avanti, più o meno tranquillo nei giorni, settimane, l'equilibrio non arriva, ci sono ancora spasmi improvvisi di vita aguzza, che ti sorprendono, ma anche te li aspetti. Vivere in quegli spazi di tempo è come grattarsi su una scottatura del sole. Non resisti, ma la pelle è sensibile. Hai sollievo ma smetti subito.
Poi, come ondine dopo l'onda grande di marea, piano piano le parti della bilancia tendono di nuovo al centro, lievemente le oscillazioni diminuiscono. E la superficie ritorna liscia.

E si continua.

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6 marzo 2012

rituali e ascesi

E' impagabile la mezz'ora di silenzio e ronzii attutiti della mattina, dopo che i ragazzi sono andati a scuola, prima che io inizi la giornata di doveri. Rituali privati, personali e non condivisibili.
Spesso la solitudine si trasforma da stato di grazia a pena. Ma sono momenti quotidiani come questi che ristabiliscono l'ordine magico.
Io inquieta e complessa, sono viziata da me stessa. Dalle mie ascesi. Le unghie ritmiche di un gatto, lo sguardo assonnato del cane, la luce del giorno che si fa più decisa, il caffè come lo voglio io, le mie foto, i piedi scalzi, il torpore visionario della mente non completamente attiva, le parole, le cose immobili, il rumore lontano della città, il chiamare dei gabbiani sul tetto, il cielo diverso, la linea del mare dalla terrazza. mantra per raggiungere il luogo. Dove sono libera.
Se mai accadesse che questa magica e silenziosa pace sia un giorno, per un solo minuto, condivisa con una persona, naturalmente, senza che si frantumi in mille cristalli, non avrò più dubbi che tutto questo andare abbia avuto compimento.



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4 marzo 2012

l'inquietudine filtra

I poeti hanno sotto pelle
un fiume sotterraneo
inquieto.

Non costruire un letto se sotto la terra
scorre l'acqua.
L'inquietudine filtra.

Non fermarti a dormire
su un poeta.


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2 marzo 2012

il mercato d'amore



Un uomo che non sa amare se stesso, non può amare nessun altro.
Tutti cercano di amare qualcun altro- e nessuno ha qualcosa da dare. Perché gli amanti continuano a bisticciare, a punzecchiarsi a vicenda? La ragione è semplice, non ricevono dall'altro ciò che si aspettavano. Entrambi sono dei mendicanti, entrambi sono vuoti. Solo un bambino cui verrà concesso di crescere nell'amore per se stesso, crescerà cosi colmo d'amore che per lui sarà una necessità condividerlo.Osho



Dice bene osho.

Mendicanti. Mercanti di merce amorosa.
E le relazioni, un baratto. Destinato all'inflazione galoppante.

Una carezza che valeva mille, dopo un po di tempo dimezza il suo valore.
Una telefonata per dire ti voglio bene valeva 10, passa il tempo e quasi non ha più mercato.
I sorrisi poi, sono i primi ad andare in saldo.
Si vuol sgomberare il magazzino, fare entrare merce nuova. Più attuale, che venda di più.

Privilegiati quindi coloro che non dipendono dai prezzi di mercato, né dall'acquisto di merce da rivendere.
Privilegiati coloro che la merce se la costruiscono da soli, dentro se stessi, con pazienza ed esperienza, accettazione e amore  se stessi, che hanno meno fretta di vendere e realizzare guadagno (approvazione e affetto), che stanno bene anche così. Accarezzando un animale e guardando con gratitudine il cielo.


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