21 settembre 2011

Tralicci




















Sono tralicci della fame notturna
le mani nodose nella pancia
che si intrecciano e si arrotano come vecchi 
senza morte
così i mancamenti della tua presenza
si attorcigliano nella mia gola.
La piana quiete del silenzio
è chimera, sibila di immagini oblique
     sono venti dell’inverno eterno che lisciano
le fessure dell’assenza.
Dormimi accanto, senza sapere dove, 
         sarò solo io a esserci, tu
rimani nell’altrove, ma a me,
 permetti ancora 
di respirare miele.



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file di giorni, il cammino



















Di tutti i miei rimpianti
morire lontani 
è pari di dolore
al vivere
distanti, tu e io.
File di giorni a perle nere
scorrono dal collo
arrestandosi sulla terra
senza te
e non rimbalzano
ma giacciono
sparpargliate
in attesa di niente.
Ombra a raggiera
è direzione confusa
centra solo me,
come nucleo di presenza
priva dei tuoi giudizi.
Perchè non libro ariosa
nè scivolo nuda?
Che dei rimpianti che conosco
morire senza le nostre mani
unite è inutile, e
l’andare solitario è vittorioso,
ma affollato di ferite l’incedere,
distante da te.


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Più che altro ho imparato a tacere

















Più che altro ho imparato a tacere

quando non è indispensabile 

parlare

la casa è punteggiata da quaderni

dove ho annotato lo scorrere

del tempo

ma il tempo è come il silenzio

un vetro vuoto da riempire

di segnali

come un’attesa travestita

da riposo.



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8 settembre 2011

visioni non parallele

opera di stuart Luke















Non credo al Caso, né al Destino. Ma ai Percorsi sì.
Li vedo continuamente 
e li attraverso come rotaie tra l'erba. 
I percorsi sì, di tutti, di tutto, invisibili e invadenti.

Siamo sempre tutti avvolti dal nostro modo di vedere gli altri e le cose, e ci affanniamo a confrontare le visioni l'un con l'altro. Dovremmo invece tenerci la nostra, accettare l'indecifrabilità di quella d'altri, goderci il viaggio. Magari le rotaie s'incrociano.
 






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porte aperte














Rimangono porte aperte

nel lungo corridoio.
Luce e aria proibita solo a me
si apre su coni di pulviscolo di luce.
sabbie mobili di rumore.
Io, ladra di mariti in alberghi di lusso,
non devo guardare dentro,
In lontananza frusciano ritmicamente
ascensori
che si aprono su grossi uomini in grigio
e i loro figli ricci
corrono fuori 
riempiendo lo spazio di echi acuti.
Io, perduta prostituta d’amore,
chiamo con pudore
pulsanti dorati
e un timido servizio in camera
per una New York degli altri
quelli legittimi
che hanno le chiavi.
(2004)

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