25 febbraio 2011

I messaggi

Vado tutti i giorni in riva al mare: ho imparato a
decifrare i messaggi degli uomini.
So di fogli, grigi o gialli, con grafie disperate dentro bottiglie
che non possono essere aperte dalle onde. Grida,
gemiti alla deriva che giungeranno intatti fino al Baltico o
al Mar del Giappone.
A forza di trovarli tra la sabbia, provenienti da tutti
i punti della terra, so riconoscere i quattro versi
del languido, la sua richiesta d'aiuto rimata in strofe
impeccabili.
So distinguere lacrime dozzinali con cui quelli di
cattivo gusto sigillano il loro appello, le imprecazioni dei
violenti e il tono freddo degli orgogliosi.
So riconoscere il messaggio del nostalgico: appone
sempre ben chiari nome e data.
L'abitudine a ricevere messaggi mi permette di affermare
che dietro ogni cuore disegnato si nasconde un'anima di
una vergine, così come gli anziani disegnano orologi e gli
adolescenti ghigliottine.
Ci sono lunghi lamenti: appartengono al vanitoso,
che descrive prolissamente le sue aspirazioni e tutto
quanto tradisce il tempo, tutto quanto si è trasformato in
nulla e in menzogna.
una donna di carattere aggiunge il ritratto in cui la si vede
di profilo, seria e altera, con un vestito da cerimonia
e una collana di zaffiri.
Il credente esige; l'incredulo supplica; l'indifferente si
dimentica di firmare.
la lettera del saggio è un foglio bianco.

( Abilio Estèvez)


Ho voglia di chiudere un messaggio in una bottiglia. 
Cosa scriverei?
Amami come ti ho amato.

24 febbraio 2011

1902 [ci siamo sempre stati, amore]


Finisci di vestirti in penombra intabarrandoti nel mantello che ti arriva fino alle caviglie e sembri un disegno in bianco e nero della morte. Ho i capelli increspati dal sesso di stanotte e la camicia tutta arrotolata fin sullo stomaco, mi giro nel letto fino a sporgere la testa fuori, per vederti in fondo al corridoio, già accanto alla porta. Quando credi che nessuno ti veda hai l’espressione del viso più severa, sei pieno di nuvole là dentro, che ti portano via. E Torino è annebbiata e fredda, sapessi la mia pelle come è ancora calda qui nel letto umido, cerchi il cappello, il bastone, ti sistemi nello specchio l’alto collo bianco inamidato, come fossi solo. Il portone di C.so Montevecchio è aperto, un’onda di aria densa d’acqua ti si sbatterà sul viso e io tremo nel pensarlo così freddo appoggiarsi alla mia pancia. Mi stordisci nel controllo che hai, nel poco indugiare nelle tentazioni, finchè non diventano pura volontà. Sei bello, così bello che non sai che dirmi “non guardarmi così” quando mi fisso sulle rughe delle tue guance.“Non partire” dico senza voce, muovo solo le labbra e sento la porta chiudersi, lo fai piano. Questo è un gesto d’amore o di fuga, mi chiedo. Lo saprò stasera, se torni, stanco e seccato, e io mi sarò già spogliata, proverò refrigerio quando con le mani fredde toglierai le mie braccia incrociate tra le gambe strette, mentre ti aspetto sul nostro letto.

(nella foto, il portone di C.so Montevecchio 30, a Torino)

Frammenti di una verità sconosciuta













"E poi bisogna imparare a dire la verità. Anche questo vi sembra strano. Non vi rendete conto che si debba imparare a dire la verità. Vi sembra che basti desiderare o decidere di dirla. E io vi dico che è relativamente raro che le persone dicano una bugia deliberatamente. Nella maggior parte dei casi pensano di dire la verità. Mentono continuamente, sia a se stessi che agli altri. Di conseguenza nessuno comprende gli altri, né se stesso. Pensateci: potrebbero esserci tante discordie, profondi malintesi e tanto odio verso il punto di vista o l'opinione altrui, se le persone fossero capaci di comprendersi l'un l'altro? Ma non possono comprendersi perché non possono non mentire. Dire la verità è la cosa più difficile del mondo; si deve studiare molto, e per molto tempo, per poter un giorno dire la verità. Il desiderio solo non basta. Per dire la verità, bisogna essere diventati capaci di conoscere cosa è la verità e cos'è una menzogna; e prima di tutto in se stessi. E questo nessuno lo vuol conoscere".

[da Frammenti di un insegnamento sconosciuto
di P. D. OUSPENSKY]

Su questo brano non mi sento di dare opinioni, ma mi sembrava molto interessante da mettere così sul tavolo, per stimolare una riflessione a chi avrà il desiderio di farlo. E non troppo sonno.

21 febbraio 2011

La tua testa sul mio petto è un buco d'amore
















C'è quell'altro
bambino, che non
cresce,
          che siede
scuro, gli occhi
due biglie — tutto
abbozzato, che 
ronza una sua
storia su per i miei
polmoni,


             che
poggia la sua
testa contro il cuore e mi fa
buca.




(Elisa Biagini — da L'ospite )




Elisa è del'70 , fiorentina, ha vissuto molti anni negli Stati Uniti ed è poi ritornata nella sua toscana, a scrivere. Femminilità domestiche, crudezza d'amore, specchi rotti e orizzonte casalingo. Ricorda le poetesse americane che hanno fatto storia, da Sylvia Plath a Anne Sexton. Le sue poesie sono sincopate, sospese, crude e disperate, al contempo ferme e concrete, e alla ricerca di un equilibrio che forse non si trova mai, e si rimane con il respiro sospeso.


Ho scelto questa poesia senza titolo, per l'immagine/pensiero che ho questa mattina. 
Appoggiare la testa di chi amiamo sul nostro petto, è un gesto di amore trasversale, genitoriale, amicale, amoroso, universale.
Perchè non dirlo, perchè usare tempi passati, presenti, futuri, cosa importa? 
L'amore è. Non chiede permessi o tempi di recupero. 

Tenere appoggiata la sua testa sul mio petto è un buco d'amore che mi espande. 

20 febbraio 2011

random famigliare

[legenda: dritto, mio figlio 16enne; corsivo, mia figlia 14 enne]






Mamma, perchè non mi hai svegliato di nuovo se ti sei accorta che la mia sveglia suonava e che io l'ho spenta?
Mamma mi tagli i capelli, così non si vedono le girelle?
Mamma che male che tagli i capelli.
Mamma alla fine hai tagliato i capelli accettabilmente decenti.
Mamma cosa mi metto per andare da papi, vorrei tanto la felpa blu, ma è da stirare...
Mamma mi dispiace che stavi lavorando al computer e hai voluto metterti a stirare la felpa blu.
Mamma però con i jeans neri non mi piace come sta la felpa blu, metterò quella nera.
Mamma ma quante volte mi vuoi dire di prepararmi lo zaino? non sono mica un imbecille.
Mamma che ore sono! sono in ritardissimo, non trovo il libro di latino, il quaderno  di matematica, lo squadretto per tecnica, dove li hai messi?
Mamma perchè hai comprato le pastine al lampone e non alla fragola, che non mi piacciono?
Mamma, ne volevi assaggiare anche tu un pezzo?
Mamma la mia camera è mia e la gestisco io.
Mamma potresti aiutarmi a cercare le chiavi, le ho perse in camera.
Mamma perchè non parli più piano al telefono quando sto ascoltando il telefilm?
Mamma perchè ti chiudi in bagno per parlare al telefono?
Mamma che spettinata che sei!
Mamma perchè sei così in ghingheri?
Mamma voglio andare a vivere da solo appena avrò 18 anni.
Mamma non ti lascerò mai.
Mamma ma i capelli così belli mossi li ho presi da te?
Mamma detesto i capelli che mi hai tramandato.
Mamma cosa è esattamente un orgasmo?
Mamma, le calze da ginnastica!
Mamma esattamente chi è un comunista?
Mamma, mi firmi la giustificazione?
Mamma odio tua figlia.
Mamma odio tuo figlio.
Mamma, dove hai messo la mia penna lilla?
Mamma ti sei ricordata di fare il versamento per la gita?
Mamma c'è la roba di allenamento ancora da lavare!
Mamma sembri sempre stanca.
Si, mamma e anche nervosa.

ingorghi

Quando si hanno poche idee e rarefatte, è molto più facile esporle, rifletterci sopra, farle germogliare. 
Io spesso ho così tante idee di progetti, ipotesi, visioni, cose e panorami che si aprono nella mente con l'immaginazione che mi gira la testa dall'affollamento. 
Oggi ho talmente tante cose sulle quali scrivere che, come un ingorgo nel traffico, si blocca tutto e non ne esce nessuna.

18 febbraio 2011

Onestà delle forme






Ogni volta che torno a vedere (adesso ho tempo per farlo) nella memoria i dettagli degli incontri del tuo corpo con il mio, mi resta un’interrogativo. Forse ingenuo. I nostri corpi non perfetti, ma perfetti in quelle condizioni erotiche. Azioni prevedibili dall’esterno, ma mai scontate e mai banali dall'energia interna. La volgarità non sfiora neppure le scene più forti. Che se non l’avessimo vissute con tutta l’anima, sarebbero pornografiche. 
Quindi, esistono anche corpi imperfetti e ciò nondimeno stupendi. Andrebbero esibiti come tali? o invece risultano stupendi perchè celati, privatissimi e all’ombra della perfezione che si dichiara nelle vetrine? Non sarà che se fossero esaltati, celebrati, illuminati, con forza e delicatezza, perderebbero la connotazione di imperfetti allineandosi a quelli perfetti e forse superandoli, in vita e passione? 
Pelle striata da troppo sole, cicatrici antiche, i seni non pieni, pieghe nuove. Raccontano la vita vissuta, la fatica e l’intensità di reali concessioni e rapimenti di passione. La perfezione patinata di glutei a compasso e addominali contratti a ogni respiro, sono disegni geometrici di proiezioni ortogonali teoriche. Anche reali, in molti casi. Ma quale festa dei corpi voluttuosa e sudata possono aver mai percepito dalla vicinanza di un respiro? Fianchi che mai hanno contenuto mani affondate, seni che mai hanno allattato o che poche mani hanno stretto davvero, potentemente. Jeans mai strappati, colli mai succhiati avidamente, capelli mai tirati. La perfezione apparente, che ci contorna nelle labbra tese negli sguardi fissi di qualsiasi signora benestante, la gommosità dei seni copiati dalle foto ci accerchia, ma è un furto indebito ai ventanni. 
Altro è l’onesta delle forme, la passione degli anni, la cura perchè no, ma rispettosa dello svolgimento della vita come tale, piena, appassionata e consapevole.

12 febbraio 2011

Magari il buio, tra i fiori



Magari la primavera non mi facesse paura, inquietudine, ansia in tutto il suo risveglio che freme intorno.
Magari non esistessero mattini, soli, e ogni sguardo dietro al vetro fosse calante, nebbioso, fermo.
Magari potessi esimermi dal partecipare ai movimenti, alle gemme, e immobilizzarmi in un muto amplesso tra i fiori, dormiente, costante, sospeso.





Bisogna avere gli occhi chiusi, per poterli aprire ( Il lavoro su di sé)

Sono morto perchè non ho il desiderio,
non ho il desiderio perchè credo di possedere,
credo di possedere perchè non cerco di dare.
Cercando di dare, si vede che non si ha niente,
vedendo che non si ha niente, si cerca di dare se stessi,
cercando di dare se stessi, si vede che non si è niente,
vedendo che non si è niente, si desidera divenire,
desiderando divenire, si vive.

( tratto da IL LAVORO SU DI SE', di René Daumal)

claudia de vilafames


Leggo per la prima volta con gli occhi aperti questo libro epistolare. Quando anni fa me lo ha regalato il mio compagno mi ha detto: "così puoi capire qualcosa di me". Io l'ho aperto e leggendo le prime pagine, a digiuno di ogni cosa, con gli occhi chiusi del sonno profondo, non ho capito neanche di cosa parlasse.
Anzi ricordo che di questo abisso non riconosciuto ho quasi avuto paura.
Mi sono sentita lontanissima da quel mondo e lontanissima dal mio compagno, come se avessi scoperto di parlare una lingua straniera. Mi sono sentita ignorante e immatura. Poi solo diversa.

Stasera l'ho ritrovato, mi ha chiamata dallo scaffale in alto, e dal momento in cui l'ho aperto, l'ho letto ad occhi spalancati avida di assimilare ogni parola, incasellando come per magia molti concetti al loro posto. Su alcune pagine che non comprendevo minimamente, si sono dissolte le nuvole e riesco a leggere, da sveglia.

Molte cose sono più chiare ora, dei concetti interni al libro e ad altri libri, di me e della qualità dello sforzo da compiere e del mio compagno.

Ogni cosa allora era apparentemente"sbagliata": i tempi sbagliati, le persone sbagliate, le esperienze troppo diverse, le incapacità di comunicare sbagliate.

Ogni cosa invece appare sostanzialemente perfetta: i tempi non erano sbagliati, ma solo sfasati; le persone non sbagliate, ma anzi, ognuno era perfetto per segnare una via all'altro ( e come si sa, le vie più utili sono le più difficili) ; le esperienze così diverse hanno portato a scontri che producevano non solo scintille, ma anche profonde riflessioni e cambiamenti; le incapacità di comunicare erano giovani e acerbe, segno che era necessario maturarle.

Bisogna avere gli occhi chiusi, per poterli aprire.

10 febbraio 2011

Dimenticato, non lo so, dove, giovane, amico.

Sas Christian




















Lino ha ventanni, è alto e magrissimo, di solito porta una giacca scura che gli fa le spalle grandi e i jeans gli scivolano letteralmente giù dal sedere. Lino porta sempre i capelli lisci come seta e di color biscotto al malto e un paio di occhiali neri grandi, con la montatura grossa. L'ho sempre visto così, al lavoro, quando, prima di iniziare, appoggia la mani sulle spalle delle donne e le guarda attraverso lo specchio.
Certi giorni è triste e quasi piegato su se stesso, come il passante per il pollice di una di quelle lunghe forbici che porta in tasca. In quei giorni tutti intorno a lui sono più tristi e più lenti, così come diventano nervosi quando Lino è teso e si muove tra le teste a scatti, controllando dettagli e tempi di posa.
Ha una giovane moglie, Lino, fatta come una parentesi, con i capelli rossi dritti dritti che si spalma sulla fronte coprendosi mezzo occhio. Lo va a prendere quando finisce il turno. Scherzano un pò e poi se ne vanno camminando vicini e ondeggiando.
Ha un padre severo e silenzioso, con le mani forti e veloci. Una sorella piccola, che quando ha la febbre o deve finire i compiti rimane lì, in mezzo alla gente, accampata sul divano blu centrale. Ha una sorella grande, appena arrivata, che sta studiando l'italiano e gira con un quadernino in tasca dove si scrive la pronuncia delle parole che le servono o le piacciono di più. "Dimenticato", "Non lo so", "Giovane", " Dove", Amico" gliele ho insegnate io.
Lino oggi era felice, non c'era suo padre che ha le mani fin troppo forti, rideva con la bocca aperta e flirtava con tutte. L'ho visto fare magie in qualche ora, far sorridere anziane signore, accontentare uomini imbarazzati, cambiare il colore di molti capelli. Anche dei suoi. Ridendo e facendo il pagliaccio per tutta la stanza, si è tinto di un un biondo cenere così cangiante da far invidia a Patty Pravo.
Solo che Lino canta Lady Gaga, fa il parrucchiere, ed è pure cinese.
Lino, che ha ventanni e lavora sorridendo, ha un figlio di un anno e quando di sera, finito con il salone, lo vede su Skype sorride piangendo. Giovani papà e mamma hanno mandato in Cina il piccolo per due anni, non ce la facevano a crescerlo lavorando tutto il giorno entrambi, avrebbero dato lo stipendio a un asilo nido e invece la nonna lo tiene al sicuro. Lo vedranno a Natale, che per loro è quel periodo in cui prima la città è tutta un fermento di lucine e pacchetti, e dopo come in una magia, si ferma nelle case a festeggiare. Nel periodo in cui si faranno il giro del mondo in aereo per tenere stretto il loro piccolo per qualche giorno.
Lino sta ridendo con la bocca aperta adesso, la sua piccola moglie è entrata nel salone e l'ha visto con i capelli biondissimi, si è fermata in mezzo alla stanza, sbigottita da quel nuovo Billy Idol, poi ha scosso al testa sorridendo e gli è andata incontro, baciandolo in mezzo alle teste phonate. Proprio come due ragazzi di ventanni.

Pietro

http://web.me.com/alemela/www.alessandraspigaiphotos.com/alessandra_spigai.html

Il signore andato via

Javier Arizabalo García


























Era un signore andato via.
A lei qui rimasta tantissimo mancava.
La traccia da lui lasciata segnava ovunque intorno a lei l'aria.
Come un quadro spostato per sempre segna la parete.

(vivian lamarque)


Gli amori sembrano patti e non sono che passaggi. Non dimentichiamocelo mai, mentre amiamo, che potremmo non sentire mai quel pieno e quel vuoto, e che potremmo sentirlo subito dopo, solo il vuoto rimasto.
Così, la prossima volta che amerò, se questo accadrà, voglio mettermi un campanellino attaccato a un braccialetto. E ogni volta che suonerà mi ricorderà di ricordarmi. Che ogni minuto è un regalo, e una carezza in più è un piccolo fiore.

9 febbraio 2011

Malattia e cura.




















La malattia è dolorosa. Non scegli di prenderla, arriva. Entra e ti modifica.
Che sia grave o passeggera, si fa panorama del tuo sentire e diventa il mondo per il tempo della sua durata. E' un dolore per il nostro corpo ( e non solo), poi generalmente passa. Generalmente ci ha lasciato anticorpi più resistenti, dello stesso identico ceppo non ci ammaleremo più. E' un percorso verso il rafforzamento. Un percorso doloroso.

La cura è amara. Tutte le medicine sono amare, anche quelle che non lo sono. Il tempo per buttarle giù è breve, ma sembra lunghissimo, rimane l'amaro in bocca per lungo tempo. Ci faranno guarire, ma sono amare. Non tutte funzionano. Certe volte resti ammalato cronico. Altre volte guarisci. Altre ancora credi di esser guarito.

Malattia e cura. 
Amore difficile e privazione dell'oggetto amato.
Disintossicazione, depurazione. Guarigione. Cicatrici.
Che vita del cazzo.

8 febbraio 2011

tralicci

Sono tralicci di fame notturna
le mani nodose nella pancia
che si intrecciano e si arrotano come vecchi 
senza morte
così i mancamenti della tua presenza
s'appigliano alla mia gola. 

Dormimi accanto, senza sapere dove, 
         sarò solo io a esserci, tu
rimani nell’altrove, ma a me,
 permetti ancora 
di respirare miele.

6 febbraio 2011

Il mio grande Mark Strand.


















Niente ti dirà
dove sei.
Ogni attimo è un posto
dove non sei mai stato.


 (Mark Strand) Da: “Il futuro non è più quello di una volta” 


Mark Strand è nato a Summerside (Prince Edward Island) in Canada e vive a New York. Insegna alla Columbia University. E’ uno dei poeti più importanti sulla scena internazionale. Ha pubblicato dodici libri di poesie. Con Blizzard of One nel 1998 ha vinto il Premo Pulitzer.

5 febbraio 2011

Orgoglio e precipizio

opera di Helen Lehmann




















Ipotesi:
Fare figli è un cammino impervio ma meraviglioso.


Dati:
un maschio sedicenne metallaro e incazzato
+
una femmina tredicenne intellettuale e sognatrice
+
una madre fragile e forte


Dimostrazione:
Si parte dall'orgoglio e il sollievo di mettere al mondo due figli sani, e si inizia. Riempirsi di gioia universale perdendosi nei loro primi sorrisi, battere le mani vedendoli fare i primi assi, sostenerli con entusiasmo nei primi giorni di scuola, coccolarli prima della nanna, incoraggiarli nelle prime gare di corsa, rassicurarli sulle difficoltà con gli amici, rimproverarli con fermezza e dolcezza per le loro prime bugie, spiegare a loro tutto quello che sappiamo, aver paura di non sapere abbastanza, ma cercare di trasmettere tutta la sicurezza che abbiamo. Ridere con loro. E si continua. Usare la pazienza che abbiamo in ogni tasca, contare fino a 10 e trovarne ancora, quando quella è finita. Farli piangere e soffrire più di loro. Sorprendersi a vederli avvicinarsi alla nostra altezza. Fare la spesa sorridendo mentre compriamo qualcosa che piacerà a loro, aspettare il rientro serale con un pò di ansia e coprirla con un sorriso quando ci appaiono davanti. Accarezzare i capelli sul divano guardando telefilm che non ci interessano, anche se le teste sono cresciute e il mento inizia a pungere. Sorprendersi sempre per i loro ragionamenti. Ridere con loro. Pettinare i capelli lunghi ripetendo quanto sono belli e quanto è bella la natura che fa sbocciare i piccoli seni. Sognare un futuro per loro senza dirlo per non influenzarli troppo. E si continua. Sentire ancora lo stesso orgoglio, ma che sta cambiando, per quest'opera immensa che è un figlio che cresce. Sperare di aver seminato parole ed esempi nel nostro modo migliore. Metterci alla prova ogni giorno, ogni mattina, ogni sera, ogni istante. Resistere al nervoso, contare fino a 50 e accogliere ancora. Insegnare che possono mirare in alto e che devono credere in se stessi. Piangere per loro. Rispondere a tutte le domande del cosmo e centellinare le nostre. Aspettare. Guardarli leggermente allontanarsi, e ancora tornare. Gioire ancora, dopo tanti anni, nel guardarli addormentati e vedere ingenuamente negli occhi chiusi qualcosa di angelico. Aspettare. Fare da muro alla loro rabbia, contare fino a 100. Resistere. Riaprire porte sbattute. Guardarli e trovarli sempre più belli. Lasciar dire a loro più spesso l'ultima parola. Essere stanchi. Sentire ancora orgoglio, ma sentirsi ogni tanto sull'orlo del precipizio di non farcela più. Ma resistere. Sentire che è una vicinanza a tempo e godere ogni minuto, anche se ci fa sfiancare dalla fatica. Ridere con loro. Gridare con loro. Aspettare. Sperare. Resistere. Accogliere. Sperare.




4 febbraio 2011

Mille sono i mari, Uno è il mare.

Vi sono isole di là dalle onde / dove il dolore può vivere libero





















Vi sono parole che nessuno può aver scritto senza lasciare come impronta nel mondo il fatto reale e misterioso che solo di un unico respiro il mondo viva, un unico uomo, un unico amore, un unico tormento, un unica primavera. 
Ogni sentimento è sfaccettatura infinita di se stesso, ogni palpito ogni rossore, ogni speranza è unica. Perchè miliardi e miliardi e miliardi di altre sfaccettature non ne sono uguali. Perchè in quanto unica è Una. Così mille sono i mari, ma uno è il mare. 
Mille sono i baci di mille persone in mille istanti, ma uno è il bacio. Mille sono gli amori, le storie che nascono e finiscono, le strade, i letti dove si consumano, mille i figli, le separazioni, gli addii, ma uno è l'amore.

Ho letto oggi questa poesia, di Emily Brontë, e per un attimo mi si è fermato il respiro. L'attimo di respiro che si è fermato in me, è diverso da qualsiasi respiro e attimo di chiunque. 
Ma è anche unico e uno. Perchè tutti i respiri sono un respiro. Perchè tutti siamo uno. 
Tutti gli amori sono Uno. 




Canzone (Emily Brontë)




No, tra angoscia e piacere
non può esistere un tenero affetto,
i cuori in tormento cercano invano
le gioie dell'amicizia se le altre fuggono


Io so bene che mai i tuoi occhi
vorrebbero sorridere se piangono i miei,
ma so bene che non potrebbero
piangere sempre per pietà del mio pianto


È l'ora di separarci, il tempo è finito
in cui pensavo e sentivo come te,
navigherò sul vasto oceano
percorrerò il mare deserto


Vi sono isole di là dalle onde
dove il dolore può vivere libero
e il cuscino notturno, o mio amore,
ti sarà dolce se io sarò lontana


Non più ogni nuovo mattino
quando il tuo cuore si ridesta all'ardore
dovrai fingere una pena che non senti
per rispondere alla pena che io provo


Di giorno in giorno un triste pegno
fuggirà dalla tua memoria
e infine, spezzato ogni legame,
non sarò che un sogno per te.



3 febbraio 2011

Amori veri

Ieri gli ho preso la faccia tra le mani e gli ho detto:

"IO TI AMO! ti amerò per sempre, lo capisci? 
fino al giorno in cui morirò, fino al giorno in cui morirai,
io amerò te, te sicuramente, 
nessuno mi farà mai cambiare idea. 
Fino al giorno in cui morirò io ti amerò, LO CAPISCI?"

Ha tolto il muso dalle mie mani e ha miagolato, penso avesse fame.





2 febbraio 2011

La raccolta dei pezzi invisibili

Illustrazione di Rébecca Dautremer

Ci sono angoli di luoghi che racchiudono del tempo. E questo tempo rimane in equilibrio tra il passato e un eventuale futuro, ma è incastrato in quelle immagini e oggetti e non se ne lascia liberare. 
Strade che rimangono di proprietà di alcune scene vissute, come istantanee che si caricano di significati e solo lentamente sbiadiscono. Finestre che sembrano sempre far filtrare quella luce di chi ci aspettava. Abitudini e sguardi che si posano su palazzi o orizzonti che sembrano appartenere a quei speciali ricordi, come una sovrapposizione di proprietà indivisa.
E' il momento in cui è necessario staccare gli adesivi, il più difficile. Perchè non sempre si ha la forza e la lucidità di sapere cosa strappare, di trovare il punto di equilibrio anche del momento da scegliere, e del luogo dal quale cominciare. Lasciarsi portare con coraggio e delicatezza esattamente dove hai lasciato i pezzetti di te stesso di ieri.


Oggi sono andata a riprendere alcuni pezzi di me, sparsi sulle rive del mare. Certe pietre lisce, certi angoli di quartiere, anche un caffè in un certo bar. Ho raccolto qualche primo brandello importante per ricomporre una identità risanata. Il sole mi guardava, e io, dopo tanto, ho camminato spedita. 




L'illustrazione che ho scelto è di Rébecca Dautremer, ed è tratta da un libro fantastico che si intitola "Principesse dimenticate o sconosciute", edito da Rizzoli. E' un libro illustrato per bambini, suppongo, anche dal tema trattato, con testi divertenti e arguti di Philippe Lechermeier. Ma credetemi, le illustrazioni contenute creano mondi e fanno volare.