31 gennaio 2010

I buchi neri e i nei, viaggio surreale.

Ognuno ha i suoi buchi neri. Sono i momenti in cui piange di nascosto, o i momenti in cui si comporta male, se ne pente e non fa niente, o i momenti in cui ruba (le caramelle a sette anni, o un bacio a chi non ce lo vuole dare, poco importa), o ancora i momenti in cui finge di ascoltare un amico e invece pensa ad altro, o quelli in cui butta su un lavoro tanto non se ne accorge nessuno, o quando fa finta di non vedere lo sporco in un angolo.

I buchi neri sono anche quelli temporali in cui il tempo si dilata o si contrae, e ciò che facciamo assume uno spazio temporale enorme o, al contrario, si cristallizza in una sola immagine. Una notte di lavoro, piena di concentrazione e caffè, diventa una sola immagine nella nostra percezione del dopo. Un solo primo sfiorarci la mano della persona che amiamo, si rallenta a tal punto da permetterci di pensare a tutto un nostro futuro insieme, nel solo tempo di pochi secondi.

I buchi neri sono anche i momenti di percezione altissima di noi stessi nell'unicità della vita, che i saggi raggiungono concentrandosi, e che i comuni mortali sensibili toccano improvvisamente, in momenti che io chiamo di alienazione dal resto.
Io ne ho spesso al supermercato, di questo tipo. Il supermercato, se sono sola e soprattutto se è domenica o sabato sera, è come un tantra, per me. I minuti in cui fisso il vetro dei surgelati cercando di scegliere quale gelato prendere, o spinaci, o tortini di vario tipo, diventano ore, giorni, vite intere. Come fissare il nulla eterno. Raggiungo uno stato che mi eleva dal pavimento e diventa tutt'uno con le musichette indecifrabili degli altoparlanti. Il turbinìo delle etichette, il pane in cassetta, tutte le scelte da fare tra colori, confezioni, si fonde con i calcoli improbabili di scadenze, consumi nel frigo, impegni della settimana. Una danza mentale che serve solo a farmi sprofondare in un buco nero, talvolta di solitudine immensa, che mi avvolge e mi fa perdere le cognizioni. Nirvana alla Coop.

I buchi neri sono come dei nei sparsi su una schiena. Io di nei sulla schiena non credo di averne, li ho sempre visti sulle schiene degli altri. Questo mi porta a una riflessione.
Se i miei nei non li vedo, è perchè non ci sono o semplicemente perchè non li vedo? Se, come credo, nessuno ne parla con gli altri, e io non li ho, come faccio a conoscerli così bene?

Per ora è tutto. Questo mio viaggio/riflessione sui buchi neri, non è affatto terminato, è solo domenica mattina.

19 gennaio 2010

La mia prima volta (il tempo è inesorabile)

Si, è la mia prima volta, in questo modo.
Finora sono stata il tipo di ragazza che si prende due autobus per andare a casa di un giovane universitario, che vuole arrotondare e pagarsi più comodamente gli studi.
Ero io quella che portava fin lì i soldi arrotolati in tasca.
Finora sono stata io che per un'ora intera, svogliata, dovevo farmi piacere quello che ero costretta a fare. Per poi tornare a casa e fare anche resoconti e raccontare cosa avevo capito, di quell'incontro.

Sì, è la mia prima volta anche che ricevo in casa. E ancora più eccezionale la novità che non sarò io a dover fare sorrisi compiacenti che nascondono la voglia di scappare. E' arrivato il momento di passare il testimone.

Perchè finora i ricordi delle ripetizioni di matematica, appartengono a me. Ero io, la somara.
Oggi, per la prima volta, toccherà a mio figlio: ore 18.30 algebra.

17 gennaio 2010

Tarte tatin, s'il vous plait!


Questa torta, il cui nome completo è Tarte des Demoiselles Tatin, mi rimette letteralmente al mondo, quando ci vuole una super coccola energizzante.
E' stata inventata alla fine del XIX secolo dalle sorelle Tatin. La leggenda dice che Stephanie, una delle due sorelle, meno pratica di cucina, si accorse di aver infornato la torta senza aver foderato il fondo della tortiera con la pasta brisée. La sorella pasticcera, soperto il guaio, senza lasciarsi scoraggiare, decise di ricoprire le mele con la pasta, ottenendo così quella che è diventata una delle preparazioni più note della cucina francese.
Sembra apparentemente complessa, ma nei fatti non lo è assolutamente.
Preparate la pasta. Preparate la pasta brisée e lasciatela riposare un paio d’ore in frigo, se volete potete comprare della pasta brisée confezionata.
Preparate il ripieno. Pelate le mele e tagliatele in 8 spicchi. Mettete burro e zucchero in una tortiera di 24 o 26 cm di diametro con il bordo alto 3 - 4 cm e spostatela su fuoco medio fino a quando lo zucchero diventa di un bel colore marroncino, mescolando spesso.
Disponete a raggiera un primo strato di spicchi di mela sul fondo caramellato, poi disponete sopra quelli rimasti in modo da coprire tutte le fessure. Coprite con la pasta brisée stesa in uno strato sottile e infornate a 200 °C per 15 minuti. Abbassate la temperatura a 180 ˚C e cuocete altri 15 minuti.
Togliete dal forno, lasciate intiepidire per 10 minuti, poi coprite la tortiera con un piatto da portata e rigirate velocemente.
La tarte tatin va servita tiepida, quindi, se non la servite subito, potete scaldarla per 5 minuti in forno, ma non usate il microonde perché la rovinerebbe.
Si legge nelle ricette che si può accompagnare la torta con della panna acida poco montata ( la panna acida si prepara aggiungendo qualche cucchiaio di succo di limone a della normale panna da montare), ma secondo me è un po' nordica come scelta. Io preferisco sottilissime fettine di arancia o limone (con la buccia) appoggiate sopra, a torta rovesciata.

15 gennaio 2010

Travel in winter

video

Sale la nebbia sui prati bianchi
come un cipresso nei camposanti
un campanile che non sembra vero
segna il confine fra la terra e il cielo.

Ma tu che vai, ma tu rimani
vedrai la neve se ne andrà domani
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un’altra estate.

...

da Inverno (Fabrizio De Andrè)

13 gennaio 2010

Lègami per Legarti


Lo Shibari, meglio noto come Kinbaku è un’antica forma artistica di legatura giapponese che racchiude in sé molti stili ed utilizzi in origine era chiamata hojo-jutsu e ancora oggi è insegnata in alcuni Dojo di arti marziali. Il suo stile fa riferimento ad altre forme artistiche tradizionali giapponesi come Ikebana, Sumi-e (pittura con inchiostro nero) e Chanoyu (cerimonia del tè). Tra i vari utilizzi dello Shibari si possono citare: scultura vivente dinamica, pratica meditativa condivisa, rilassamento profondo per la flessibilità del corpo e della mente, una forma di scambio di potere, e costrizione mentale, atta a ottenere l’effetto contrario cioè la liberazione della mente stessa. Questa pratica è stata fortemente influenzata dallo zen. Alcuni antichi maestri hanno sviluppato e integrando questa pratica con la meditazione zen.
Nello Shibari (l’atto di legare qualcuno) il Nawashi (artista della corda) esegue disegni e forme geometriche che creano un meraviglioso contrasto con le curve naturali ed i recessi del corpo femminile. La consistenza e la tensione delle corde creano un forte rapporto colui che esegue la legatura e chi la subisce, e per questo è necessario stabilire un legame energetico cosi forte da riuscire a percepire lo stato emotivo di entrambi.
Tradizionalmente ques’arte deriva direttamente dal codice dei Samurai (Bushido) la Via del Guerriero. Secondo la tradizione del periodo Edo (1600-1868), quattro colori (blu, rosso, bianco e nero) erano associati in modo prestabilito alle stagioni, ai punti cardinali, ed alle quattro creature cinesi guardiane delle direzioni (drago, fenice, tigre, e tartaruga). Il colore della corda cambiava in base alla stagione, ed il prigioniero veniva immobilizzato verso la direzione corrispondente al colore ed alla stagione. Alla fine del periodo Edo, I colori furono ridotti a due, bianco ed indaco.
Oggi si possono utilizzare sia la tradizionale corda di canapa sia corde miste naturali/sintetiche.
L’energia dello Shibari è il risultato degli effetti della legatura nel senso più profondo (perdita del’ego e dei condizionamenti mentali), ma anche bellezza ed estetica (si può paragonare all’Ikebana, l’arte giapponese di disporre i fiori vecchia di 7 secoli) ed un massaggio piuttosto intenso effettuato dalle corde e dai nodi, molto simile alle tecniche di agopuntura ed allo Shiatsu (una tecnica giapponese di massaggio)..
L’arte di disporre corde e nodi sul corpo della modella con un forte senso estetico riflette l’eredità culturale dell’Ikebana, evidenziando caratteristiche come sensualità, vulnerabilità e forza. D’altro canto, lo Shibari non è altro che un monumento statico, dove però si concentrano energie psicofisiche di notevole entità
Il concetto di posizionare I nodi per stimolare I punti anatomici di pressione deriva dallo Shiatsu. Un Nawashi esperto può utilizzare le sue conoscenze di massaggio e dei punti di pressione per far cadere i nodi nei posti giusti. Ci sono influenze ed effetti incrociati tra Shibari e la filosofia medica orientale dell’energia Ki, dei meridiani, e tsubo (punti di pressione), usati nello Shiatsu e in altre tecniche di Bokam (medicina orientale tradizionale).
In alcune scuole l’arte dello Shibari viene espresso in vere e proprie cerimonie dove la parte meditativa (zazen) è preponderante e ha il compito di avvicinare i partecipanti a quello stato di catarsi necessaria a percepire l’entità di tutte le energie che verranno messe in gioco.