30 giugno 2008

Modulazione di frequenza

Alle ore 10 di questa mattina mi trovavo in quel di Capodistria, più precisamente negli studi di registrazione di Radio Capodistria. La mia sobria socia ed io siamo state intervistate sulla nostra fantastica pubblicazione SPAZIOfvg (che da domani è nelle edicole di tutta la regione, compratela, gente, compratela). Entrata nell studio, una specie di brivido mi ha percorso i pensieri. Seduti là a quel tavolo tondo, rilassati, con una leggera musica di sottofondo che stavano appunto trasmettendo, il mio lieve nervosismo da debutto in radio (beh, non era un battesimo, ma da molto tempo non parlavo al microfono) si è dissolto, lasciando il posto ad un piacere direi languido per poter parlare del nostro progetto, e poterne parlare a tanta gente, ma senza l'imbarazzo di essere viste e la fatica a tirar dentro al pancia. La radio è fantastica. Per chi la fa intendo. Abbiamo riso silenziosamente, chiaccherato suadentemente, è stato piacevole. Anche il conduttore lo era (mooolto piacevole). É andato tutto liscio e divertente. Con noi c'era anche un vecchio cantautore che ci controllava paternamente, Terminata la diretta, una passeggia tra le viuzze di quella bella città, e un succo d'ananas fresco in quattro parlando di concerti, espulsioni da partiti, temi tabù da non sfiorare.
Mercoledì prossimo, altra città bella (Trieste), altra radio (Radio Punto Zero) altra intervista con il piacevole conduttore.

Oceano Incazzato

Per convincervi e convincermi di alcune cose importanti, del tipo che non ho abbandonato completamente il blog e che mi interessa cosa sta succedendo a questo mondo, vi racconto di cosa ho visto su un tiggì qualche giorno fa. Sicuramente non era studio aperto perchè non c'erano tette, e poi non era retequattro perchè non c'erano tette, ah non era neanche canalecinque, perchè lì no, che non c'erano tette. Insomma, visto l'interesse per un tema ambientalistico forse era rai tre. Ma non importa e poi non ne sono sicura. Comunque. Si parla di Oceano Pacifico ( al quale dovranno cambiare nome o se lo cambierà da solo, un giorno, invadendo tutte le terre che trova e autonominandosi Oceano Incazzato), si parla dell'Isola di Plastica. Io ci ho messo le maiuscole perchè le darei davvero un nome proprio, non per farla resistere al tempo (anche perchè tanto resisterà, alla faccia nostra) ma per evitare di considerarla una roba da nome comune, per evitare di non guardarla in faccia, la nostra sconcezza.
È stata scoperta da un giovane miliardario che navigava per diporto. Nuota come un immenso bestione marino, non si vede finché non ci arrivi sopra perché sta appena sotto il pelo dell´acqua, afferra tutto quello che incontra sul suo cammino, come una fossa di vischiose sabbie mobili. Il mostro toglie la vita a volatili e pesci, trovati pieni di rimasugli di palstica di piccolissime dimensioni. Si tratta di una gigantesca isola di spazzatura, una «zuppa di plastica» che si estende attraverso l´intero oceano Pacifico settentrionale, da 500 miglia nautiche al largo della California fino alle Hawaii, e da queste fin quasi al Giappone. Scoperta quasi per caso, sbattuta ieri in prima pagina dall´Independent di Londra, l´isola dei rifiuti di plastica è opera dell´uomo: l´abbiamo costruita noi, un pezzo alla volta, gettando immondizie non biodegradabili in mare e nei fiumi.
Ora non credete che abbia qualche illuminante osservazione e qualche soluzione da guru.
Non ho niente, se non un sacco di nausea e vergogna.


25 giugno 2008

Una

Una di notte, il caldo desiderato è finalmente arrivato, ma i miei piedi hanno 40 gradi e ogni cosa appiccica. Tornata a casa da un appuntamento ho la testa piena di pensieri, su cosa devo fare, cosa è meglio per me, cosa mi merito, quale strada. Da tanto tempo non mi sentivo così. Non prego più chi mi sta vicino a starci. Voglio essere felice. Mi voglio bene.
Per una volta non è in discussione cosa posso valere io, ma quanto o cosa si ha la voglia e la gioia di offrirmi.
Che questo sia "essere grandi"?

24 giugno 2008

Comunicare sospesi

Certe volte quest'uomo che non parla d'amore, che non parla a regali, nè a fiori, mi parla invece facendo capolino di sorpresa dietro una colonna bianca, sopra a un ponte assolato, offrendomi un inaspettato sorriso che si riflette abbagliante nel mio.

23 giugno 2008

Pesto e pestati

Sera di stelle, ma solo nel cielo. Il pesto al basilico troppo poco salato ci fa sentire l'estate, era tanto che non ospitavo amici in terrazzo, come qualche anno fa, in quell'estate di feste e oblìo. Anche questa sera, cuscini e bicchieri, risate e allegria gentile, come ragazzi. Leggerezza e confidenze in qualche angolo, anguria a pezzi mangiata con le mani e salti per aria ad ogni gol mancato. Riuniti come in un santuario, professoresse, fisioterapisti, ragazzi, uomini, mamme e dottori, chi si vuole bene, chi si sta conoscendo, chi non sa ancora che soffrirà per la donna che gli siede a fianco e chi invece ce l'avrà per sempre, la donna che ha a fianco. Tutti fermi, tesi, chi davvero e chi per compiacere. Urla, rigori, Luca Toni che ci sta a fare. Ma poi, come silenziosi affluenti, scivolano tutti fuori di casa, rimpiendo le strade di motorini quasi sottovoce e svuotando le piazze.

20 giugno 2008

Rarefatti minuti di passaggio

Ecco, ci siamo. Notte con echi d'estate e aria densa. Il famoso scooter è qui sotto casa, fuori da mio garage, "le chiavi sono dietro il tubo di scappamento", gli ho scritto in un sms. Una strana solitudine si è materializzata casualmente in casa, questa sera. Va bene, va bene così. Mi smalto le unghie di nero, per passare il tempo, per fingermi dark. Le vele stasera rimangono lontane, anche loro casualmente rarefatte intorno a me. Il Caso rende giustizia a questo importante ruolo geloso e lo lascia ad un passo da me, stasera. Va bene così.
Sento che mi si vuole bene, qualcuno me ne vuole.
Qualcuno si sente ladro. "Non c'è niente da rubare" risponderei. Ma non lo faccio.
Parole incomprensibili mentre i minuti passano. Sono passati. Lo scooter non è più sotto casa.
Anche questo, va bene così.

Notti elastiche

Alcune notti sono elastiche. Sei lì, dentro al buio, o tra un sogno e un altro, e quel pezzo di tempo di passaggio, o quel momento indefinito di nulla si fermano, dilatandosi senza sbiadire verso una tensione che pare infinita e crescente. Una specie di orgasmo onirico mai raggiunto. In quello strato verticale allungato di nulla, nel profondo sonno, si infilano immagini che non sono veri e propri sogni, sono piuttosto fotografie deformate, dettagli microscopici perfettamente a fuoco e visi illuminati ma completamente sfuocati. Lì case immaginarie, incontri con sconosciuti contro il muro, tunnel senza fondo, corse accelerando senza mai un traguardo. Lì emozioni viscerli improvvise e potenti mi lasciano pulsante. Quel preciso pezzo morbido di tempo, in quelle notti elastiche, formalmente non esiste. Non esiste altro, per chi ti vede dormire, che un preciso sguardo, tra le due e trentacinque e le due e trentasei, forse un'improvvisa lieve vibrazione della pelle ti può muovere il labbro inferiore, o un respiro più torbido gorgogliare sommesso, ma niente di più. Lì, fuori dal sonno, il tempo non si dilata.

Libertà


Oggi penso alla mia libertà, alla libertà di essere e agire. É vero, la libertà non è un dono, ma una conquista. Difficile da raggiungere e quasi sempre impossibile da trattenere con costanza.
Per esempio, in coppia. I compromessi sono parte integrante di una relazione (siamo tutti d'accordo no?), ma quanto questi compromessi alla libertà sono in sintonia con l'amore che ci lega a quella persona? E, alcune volte, non è proprio l'affrontare alcune scelte riguardo alla propria individuale libertà, che ci mette di frnte a quanto siamo disposti a mettere in gioco in una relazione?
Mi chiedo queste cose perchè oggi rifletto su un inaspettato risvolto della giacca della mia storia. Sono così abituata ad essere gelosa, e così poco abituata a essere colei che fa ingelosire.
É un atto d'amore, ciò che ho fatto questa mattina. E come tutti gli atti d'amore, se si fanno, anche se costano, si fanno con il cuore.

18 giugno 2008

Spazio Marketta

Ragazzi e ragazze, biondine e moretti, sto per diventare mamma di una piccola a 184 pagine!
Questa è una marketta lo so bene, cari, ma insomma, sono sparita dal blog per giorni e giorni, il travaglio è stato impegnativo e almeno vi faccio vedere il pupetto.
Fra una settimana la conferenza stampa di presentazione alla stampa e dopo... parte un'altra avventura.
aloha! (no, non vado alle hawai)

15 giugno 2008

A chi non amo

Leggete questa poesia, è un respiro.

La ricetta del mese

Ho messo a punto la ricetta per avermi e tenermi. Con tanto di ingredienti e tempi di cottura. E' tutto vero e se si segue la ricetta alla lettera, il risultato è gustosissimo

Ingredienti:

300 gr di CALMA. Ce ne vuole per contenermi, per farmi stare tranquilla quando sono agitata, per farmi stare zitta quando vuoi parlare. Semplicemente per compensarmi.

2 tazze di INDIPENDENZA. Molto apprezzata quella di stagione, ma senza eccedere in freschezza, la troppa indipendenz rischia di essere scambiata per disinteresse, non va bene.

Una manciata abbondante di PROGETTUALITA'. Fondamentale avere degli obiettivi, tenersi la mano per raggiungerli.

120 gr di EGOISMO PASSIONALE, intendo la volontà di appagare i proprio desideri senza necessariamente pensare che dobbiamo stendere un trattato di diritti e doveri prima di stropicciarci un pò. Significa che le diete non fanno per me. Quando si ha voglia, si mangia.

140 dl di FIDUCIA IN ME, molto fresca, appena tolta dal frigo. Quando ti dirò che non ce la faccio, tu mi dovrai dire che ce la posso fare eccome.
140 dl di FIDUCIA IN TE, di giornata. Quando ti dirò che non so cos'ho, tu mi dovrai dire che sei sicuro che io abbia bisogno di un abbraccio.
140 dl di FIDUCIA IN NOI, possibilmente biologica e di prima qualità. Quando ti dirò che non so se ce la faremo, dovrai dire certe che ce la facciamo.

6 o 7 porzioni intere di COMPLICITA' e CORAGGIO nel dimostrarlo.

GENEROSITA' VERA. Ovvero offrire di dividere con me quello che hai.

Su tutto, a fine cottura, una spolverata abbondante di SINCERITA', tocco fondamentale per la riuscita della ricetta.

Procedimento:
Mescolare gli ingredienti solidi con un setaccio di presenza e gentilezza, versare lentamente gli altri e con un mestolo di legno muovere piano, per evitare la formazione di grumi e di malintesi. Infornare a forno preriscaldato (non da altre) e cuocere a temperatura bassa, alzando il calore di tanto in tanto, per animare l'impasto.
Lasciare raffreddare se troppo bollente, e gustare non prima di una spolverata abbondante di ALLEGRIA.

14 giugno 2008

x 10

Sono stanca come dieci Caroselle stanche (direbbe Wendy), ho lavorato talmente tanto questa settimana, fatto i giorni e le notti, per mandare in stampa una creaturina di 184 pagine. Ora chi mi regala una domenica lunga dieci domeniche?

9 giugno 2008

I have a dream

Da oggi ho un sogno nuovo. Non è nuovo di zecca perchè ci ha messo un pò ad aver forza per visualizzarsi nei miei occhi e nei dettagli.
I dettagli ci sono ma cambiano continuamente, come un Barbapapà.
Ma oggi il mio sogno nuovo l'ho detto a voce alta. Oggi, così si può dire, è nato.

6 giugno 2008

In sintesi, io.

Ecco a cosa servono gli amici, ad illuminare. Leggete qui. Sono io.


E' inutile cercare il castello:
il bosco fa parte del sonno
e la Bella Addormentata
si assopisce sempre
all'arrivo del Principe.


(liberamente tratta da Verità Ruggine)

Noi, in un bicchiere

Avete presente quando siete al mare, in quel mare con la spiaggia, tipo quelle infinite di Lignano, Grado, Cesenatico, quelle delle prove mistiche. Quelle spiagge in cui devi: credere fortemente per superare i carboni ardenti della spiaggia intervallati da qualche sfruttamento di ombrina di ombrellone altrui; arrivare a superare la prova dei poeti "cocci a guzzi di bottiglia", ovvero quella striscia di detriti miscroscopici, che sembrano innocui ma s'infilano; mettercela tutta per non vomitare nella cosidetta onda verde, molliccia cornice di alghe verdi sputate dalle onde, non secche, non bagnate; giungere alle sabbie mobili, ovvero letteralmente, le sabbie che si muovono, ma verso il basso, facendoti sprofondare i piedini, che fossero i piedini curati di Nicole Kidman, sarebbero comunque schifosi arti umani infangati. Superato questo, il mare.
Mare, diciamo l'acqua. Diciamo una centimetro di acqua calda stile bidè, dove non sopravviverebbero neanche plancton tropicali. Ma diciamo che siamo nell'elemento. I piedi si sciacquano della sabbia ardente, dei detriti aguzzi, delle alghe secche, dei fanghi scuri.
Va bene, ci siamo, iniziamo la camminata.
Dopo un'oretta circa di passeggiata a passo spedito, l'acqua ci è arrivata all'ombelico (che anche se è un brodo, le ondine piccole lì fanno sempre un piccolo brividino e siamo tutti in apnea con la pancia in dentro e le braccette un pò sollevate tipo gallina che prova a volare). E qui fermatevi che vi devo chiedere una cosa. FERMI.
Domanda:
In questo momento voi siete mezzi dentro o mezzi fuori?

(vi lascio del tempo per rispondere)

4 giugno 2008

Voglio sognare bianco

Oggi giornata a tinte forti. Tinte pesanti che spingono sul portone di legno.
Marrone, rosso, blu notte e antracite dannata. Non è giorno di scivolate allegre.
Soffre una persona a me vicina. Lo sento.
Sento dolore e paura che anche in un'altra.

Oggi la mia pelle sottile è un'ala di libellula.

Le vetrine fanno belle

Ho aspettato per molto tempo l'autobus 28. Troppo stanca per rendermi conto che il timing scritto sul palo della fermata non era assolutamente rispettato. Per accorgermi che ero l'unica che rimaneva lì, sguardo nel vuoto, mentre altri guardando ogni tanto l'orologio del telefonino, decidevano di avviarsi a piedi. Era sciopero quel giorno. Ma ci vogliono 50 minuti per farmene render conto.
50 minuti di osservazione diretta della striscia di vetrine dall'altra parte della strada, un negozio di pelletterie con tre ampi vetri spogli, poi più avanti due vetrinette più piccole di intimo e costumi, graziose e ombrose, sotto tendine color albicocca.
Passano persone, io adoro stare lì. Chi aspetta l'autobus è una specie arbitro di tennis raso terra. Puoi girare la testa da destra a sinistra, seguire il passo lento di un uomo senza fretta e incrociarlo con l'andatura rapida di una ragazzina cinese con il culo basso, una frangia che le copre gli occhi e due telefonini in mano. E nessuno ti nota. Puoi fissare le enormi orecchie di un vecchio miracolosamente deambulante e notare che appena passa la ragazzina cinese si arresta, 1,2,3 e lentamente si gira per ammirarne la bellezza proibita con un gesto quasi inutile, ma profondamente automatico. Deve essere stato uno sciupafemmina, da giovane. Noto che ogni passaggio, gesto e movimento è riflesso sulla scia di vetrine. Il riflesso ne abbassa i livelli di bianco (nota da addetti ai lavori, ndr) e li uniforma un pò tutti, lasciandone fortemente differenti quasi solo i contorni.
Arriva da sinistra una donna, quanti anni avrà, non so mai dare l'età, forse 35, forse 41, ha i capelli corti ma acconciati femminilmente, con un ciuffetto dietro che la fa assomigliare ad un pulcino, chissà se è volontario. Vedere da lontanto le persone ha il grande vantaggio che le vedi vere, intere, a 360° come loro non si vedono. Abitino intero rosso con fiorellini chiari, attillato, al ginocchio, di quel tessuto che si appoggia e non stringe. Due zeppone di sughero altissime le danno un andatura decisamente ondulante, ma lei cammina spedita come ad avvisare tutti, guarda che io ci so camminare bene qui sopra, le metto sempre, sono una tipa così. Invece saltella. Borsetta tenuta in mano, oscillante anch'essa. Si, il look sembra di una specie di Amelì, ma lei non è Audrey Tautou e la strada dell'autobus 28 non è un caffè di Montmartre.
Ma quando gira la testa un pò per guardare la strada, lo vedo.
Sull'orecchio sinistro è appuntato un fiore. Sembra una piccola rosa rossa. La tenerezza che mi prende è un'onda. Una donna, in una città, si veste, si prepara, si trucca, si sistema un fiore rosso sui capelli e va. Meravigliose donne. Mentre cammina, ad ogni vetrina lancia uno sguardo fugace alla vetrina. Ma sì, tenera donnina, ti guardi, e nella vetrina ti piaci, ti immagini guardata da altri. Magari tiri indentro la pancia, magari tiri su le spalle. Le vetrine fanno belle, rendono omegenei i contorni, tolgono le imperfezioni, i segni degli elastici della mutande sui fianchi, le rughe, il rossetto un pò sbavato sull'angolo della bocca. Le vetrine sono quello che vorremmo essere. Non c'è nè insicurezza eccessiva, nè superbia nei tuoi sguardi. Sei solo una donnina. Una donnina carina. Con un fiore sull'orecchio che dice tutto. Il tutto in pochi secondi, una ventina in tutto. Pochi secondi perchè una persona appaia nella mia vita e due giorni dopo ancora ci aleggi. Nasino dritto, un mondo costruito e ispirato una mattina, e portato in giro per le vetrine così, ondeggiando sulle zeppone, incontro a chissà quale incontro.

3 giugno 2008

Prime pagine da strappare

Ecco che forse stasera mi avvicino a lui che mi aspetta, sotto gli altri tre libri di fianco al letto, da settimane un pò in agguato. Decine di sere gli ho dato un'occhiata di traverso, così per controllare senza essere controllata e certe volte confesso che senza dare nell'occhio con nonchalance ce ne ho aggiunti sopra altri due, così, buttati lì quasi per caso come se solo li appoggiassi un momento. E invece li lasciavo là.
Lui fa il mio stesso gioco, maledetto. L'indifferente. Oh, non si muove di un millimetro, regge gli affronti come se non lo sfiorasse il peso che gli metto sopra. É una specie di braccio di carta, chi è il più forte vince. Passano le sere e noi ci studiamo, io cincischiando svogliatamente qualche pagina di racconti, un saggio sull'adolescenza, addirittura un giallo che sta lì da quasi un anno sforzandosi di farsi bello e avvincente (ma dico un giallo che si sforza di avvincerti, che giallo è? un giallo chiaro, è chiaro).
Lui invece con un aplombe invidiabile non fa una piega nè un'orecchia, non muove una pagina che sia una, neanche la copertina si scompone, anzi, la lascia là, un pò esposta, come la caviglia di una donna sotto al tavolo che sporge un pò. E invoglia. E chiama. Anche se è solo un caviglia.
Stasera inaspettatamente tolgo il primo della torre, lo guardo appena e lo sposto a fianco. Mi fingo interessata al secondo, lo prendo in mano, guardo fino a dove ero arrivata, un romanzetto insulso, pregiato solo per la copertina. E lo appoggio di lato, sopra al primo. Mi soffermo sul terzo, questo è grosso, impegnativo, lo odio perchè non lo finirò mai e mi è costato una figuraccia di anni fa che ancora non dimentico. Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita. Non ce la farò mai a finirlo. Lo so. Lo accetto e mesta lo appoggio sulla torretta che si sta formando sulla destra.
Un piccolo libretto di poesia, semplice e bianco, mi porta un sorriso volante, non lo apro neanche, l'ho letto tante di quelle volte che la costa delle pagine è tutta giallognola. Ci sono lacrime e sogni, lì dentro, del poeta e miei, mescolati. Lo metto a destra, con rispetto.
Ed eccolo. Nudo, leggero, finalmente libero. L'immagine in copertina non me la ricordavo neanche. Una specie di cavalino stilizzato che salta in una specie di circo, e sotto invece del pubblico ci sono dei bambini antichi chiusi in cornici di francobolli. Forse è arrivata ora di conoscerci mi dico. Lo sollevo piano, sembra nuovo, sembra sorridere. Tre centimetri e mezzo di spessore, color caco maturo, della biblioteca adelphi 456. Goffredo Parise, Sillabari. Si, mi sto convincendo, nelle mani è solido e pieno, mi piace. Ci sono. Apro la prima pagina, con un piccolo sospiro che è una piccola resa.
E lì, improvvisamente, con una stilografica nera, giustificato a destra, uno scritto!
No! una dedica a tradimento no!
Anche una data.

Natale 06.

Questo è un libro "strano", nel senso che nella sua essenzialità non finisce mai di essere affascinante. Per me è importante regalartelo, un piccolo vero pezzetto di me.


Addio, Sillabari.
Breve lancio contro l'armadio.
Spengo la luce.