21 febbraio 2018

SUA CUIQUE PERSONA ( a ciascuno al sua maschera) [L'autoritratto come maschera e specchio]

Da sinistra: quadro di Filippo Manfroni, scultura di
Alessandra Spigai, quadro in fondo di David Dalla Venezia.
Sulla parete a destra, Luca Coser e Damir Stojnic
Che cos’è l’autoritratto per un artista, se non la forma più alta di sintesi tra il proprio sguardo e l’immagine di sé che si vuole presentare al pubblico? E qual è l’immagine che l’artista vuole o necessita di esporre di sè? Come l’artista legge e imita se stesso? Quale sguardo volge al mondo e con quale sguardo si percepisce e si autorappresenta?

SUA CUIQUE PERSONA è un'esibizione collettiva internazionale, che ho curato con passione, che abbiamo presentato alla città di Trieste attraverso ArTS_associazione per la promozione e il confronto delle arti contemporanee il 17 febbraio 2018, al Palazzo Costanzi.

In questa insolita mostra a tema autoritratto abbiamo invitato a raccontarsi, è proprio il caso di dirlo, ben ventun artisti ( più io stessa ) di provenienza internazionale: Pablo Avendaño Chávarri (Spagna), Barbara Bonflio (Italia), Michele Bubacco (Austria), casaluce/geiger (Italia/Austria), Roberto Del Frate (Italia), Davide Castronovo (Italia), Luca Coser (Italia), David Dalla Venezia (Italia), Cristina Fiorenza (Italia/Austria), Moira Franco (Italia), Anna Frida Madia (Italia/Francia), Manuel Larrea Graham (Messico), Ettore Greco (Italia), Filippo Manfroni (Italia), Delphi Morpurgo (Italia), Matisa Kazerooni (Iran), Rafal Pacześniak (Polonia), Errika Pontevichi (Italia), Banafsheh Rahmani (Iran, Austria, Italia), Alessandra Spigai (Italia), Alan Stefanato (Italia), Damir Stojnic (Croazia).


La creazione di un altro sè. Quando l’essere umano-artista decide volontariamente di creare un altro da sè. A volte titolando l’opera nei modi più lontani e disparati, a volte invece dichiarando direttamente l’intenzione di rappresentare sè stesso. Ma quel se stesso che dichiara di far nascere, quanto si avvicina alla realtà? Quanto invece non sia l’artista a prendersi gioco del mondo (ciò che non è sè) e voler far credere una certa immagine della propria auto rappresentazione? O ancora, quanto suo malgrado si pone inconsapevolmente nudo, con i propri tentativi di camufflage, agli occhi di quel mondo? Noi vogliamo indagare, scoprire, giocare con questa sfida e con questi artisti, cercati, incontrati, invitati, assecondando uno spontaneo gesto di ricerca che (lo sappiamo) non è mai casuale. È anche la loro diversa provenienza ad aggiungere “difficoltà” al gioco, la loro differente base culturale ad aggiungere “livelli”. Sta a noi iniziare il percorso che, sebbene attraversi una parte di mondo e sia interprete del medesimo tema, ci prende per mano in quanto esseri umani e ci inoltra nel cosmo della ricerca dell’identità.
Autoritratto (in fieri) di David Dalla Venezia

La suggestione tematica dell’esposizione nasce dall’esigenza di mettere a fuoco attraverso la tematica dell’autoritratto, le motivazioni profonde, a tratti misteriose, le volontà e specificità di autoriconoscibilità dell’artista, che nella scelta della rappresentazione di sè, presenta al mondo un’immagine ben precisa, una cristallizzazione anche temporale della propria identità. Identità raggiunta alla fine di una discesa intimistica con la conseguente preferenza e selezione di un’immagine da mostrare, dietro alla quale porsi e di fronte alla quale rispecchiarsi nuovamente.

Il titolo della mostra nasce dalla citazione dell’opera cinquecentesca ad olio, attribuita al Ghirlandaio, custodita agli Uffizi di Firenze. Era comune dall’inizio del 500 proteggere i ritratti con lastre di legno sottili e scorrevoli, dette “coperte”. L’opera citata nel titolo della mostra, e citata pittoricamente nell'opera di David Dalla Venezia ( a fianco ) presenta un soggetto evocativo, una maschera simbolica, che copre l’immagine dipinta e l’iscrizione “SVA CVIQVE PERSONA.”



Da sin. Barbara Bonfilio, Roberto Del Frate,
in fondo Rafal Paczeniak
Questa mostra è il terzo appuntamento di ArTS, associazione per il confronto delle arti contemporanee, che con questo evento vuole sottolineare la propria visione di confronto, contrasto e libertà di condivisione, sfidando, con il tema figurativo classico dell’autoritratto, ventidue artisti profondamente differenti, come provenienza, età, impronta stilista, prevenienza geografica. Un ventaglio di rappresentazioni del sè che ha l’intento di confrontare le singole autorappresentazioni con quelle degli altri, e insieme a loro diventare spettatori e attori dell’essere. Si genera così un coro di altri esseri, ognuno con la propria individualità e responsabilità di rappresentazione. La visione dell’autoritratto posta come invito al gioco, è infatti, contemporanemente, impostura e verità profonda del nostro essere, travestimento e nudità, maschera e specchio.



A cura di Alessandra Spigai
Collaborazione critica di Matteo Gardonio
Allestimento e catalogo: Peter Iancovich
Testi in catalogo di Matteo Gardonio e Monica Mazzolini

Comitato artistico dell’evento: 
David Dalla Venezia
Banafsheh Rahmani
Sveva Nistri
Beatrice Desianto
Giorgia Fumarola

La mostra è visitabile tutti i giorni dal 18 febbraio al 11 marzo 
Orari: dalle 10 alle 13, e dalle 17 alle 20

ArTS - cultural association for promotion and comparison of contemporary arts 
www.bearts.eu
segreteria@bearts.eu




Centrale: Banafsheh Rahmani, casaluce/geiger

piccolo quadro: Delphi Morpurgo, a destra Pablo Avendano Chavarri


27 giugno 2017

KAOS NOSTOS e l'incolmabile nostalgia. Mostra di Maria Sanchez Puyade





















Estate 2017 Trieste. Come a Dublino, New York, Pola, Melbourne, Shanghai, Mosca, Parigi, Londra, Montreal, Sao Paulo, San Francisco, e in centinaia di altri centri piccoli e grandi nel mondo, a Trieste – città che Joyce chiamò “mia seconda patria” – si è recitato, ballato, discorso, suonato e brindato nel nome di Joyce e del suo grande anti eroe. Leopold Bloom, protagonista del romanzo Ulisse, è riapparso ( me lo immagino a tratti barcollante) gironzolando per le strade di Trieste. Si è affacciato anche al Palazzo Costanzi, Sala Veruda. Trovando sulla porta Maria Sanchez Puyade, che lo fa entrare. Nascono in quel momento magie delicate e intense, difficilmente narrabili.

Diciassettesimo e penultimo capitolo, Itaca.

Kaos Nostos. Atmosfera profonda nella sala, penombra, eco di voci guida in lontananza che ipnotizzano e chiamano come sirene, cosmo stellato che scivola sulla terra e in senso verticale s'immerge fino alla storia, alle nostre peregrinazioni sperdute, al nostro girovagare ciechi in cerca di risposte alle nostre domande. Viaggiare, dentro e fuori dà un senso al nostro appartenere a questa terra, ma allo stesso ci toglie e aggiunge orizzonti, destabilizza certezze, sulla nostra assenza smuove equilibri, ricerca nuovi assestamenti al nostro rientro.

Maria Sanchez Puyade non desidera che si fotografino le tappe del suo percorso all'interno della mostra, perché desidera sussurrare, nella luce soffusa, richiami ancestrali affinché il visitatore si faccia attore, immergendosi, con o senza spiegazioni, in sensazioni fluide nello spazio/tempo/umanità/cosmo.
Rispettare le preferenze dell'artista è entrare ancora di più nel suo stesso cosmo.


Sala Veruda, Palazzo Costanzi, Trieste.
Fino al 16 luglio, ogni giorno dalle 10 alle 13 e dalla 17 alle 20.
















María Sánchez Puyade (Argentina, residente a Trieste dal 2005), cura e dirige l'emporio dell'arte Liberarti. Scrittrice e artista, ha partecipato a diverse installazioni, tra cui, La Febbre dell'oro (Bologna), Fiera in Giardino (Trieste), e la sua individuale: Animale in città (Artefatto-trieste). Ha ideato la performance 7Donne e Un uccellino, ha scritto due romanzi, un opuscolo di poesia, due operette teatrali e diversi racconti.

19 maggio 2017

Cristiano Pinzan e la sua Donna in tutte le Donne.

Non pubblicare volontariamente neppure una foto di una mostra fotografica per parlare di quella mostra può apparire paradossale. È quasi di un paradosso infatti che voglio raccontare, il cortocircuito rarissimo che accade quando il fotografo trascende le foto dei ritratti che crea fino a farle diventare non un traguardo visivo, ma un canale per comunicare. Comunicare cosa? non la bellezza canonica o ricercata delle donne che vengono fermate in un immagine, ma le singole profondità di ogni essere umano. Allora lì si percepisce realmente come in un prisma ortogonale le stanze private di ognuna, il tragitto diventa ponte di conoscenza e autoconoscenza, la leggibilità dell'individuo diventa un libro raccontato con una singola emozione che si sfuma moltiplicandosi nelle possibilità. Allora il clic è la conferma di un percorso cesellato in ore e giornate di ascolto e preghiera, di parole e esplorazioni. Allora i segreti diventano doppie esposizioni, le pieghe della carne diventano ricordi e speranze e paure, gli sguardi diventano introspezioni. Il fotografo si fonde con la sua opera. E questa si chiama arte.


lui è CRISTIANO PINZAN
e dal 19 MAGGIO 2017 la mostra è visitabile presso il Knulp, in Via Madonna del Mare 7a Trieste
Cristiano Pinzan - classe '60, veneziano, vive e lavora a Treviso.  
Su Cristiano Pinzan qui








La mostra si chiama EVA CONTRO EVA (donne allo specchio)
Tutte le info sull'evento qui

(a cura di Nanni Spano - Associazione Culturale DaydreamingProject) Info qui











23 febbraio 2017

Sintonia con le cose non finite

Sintonia con le cose non finite.

La velocità impetuosa con la quale improvvisamente mi scaglio sulla creta, insofferente alla lentezza delle mie dita, e intollerante verso la resistenza della materia, mi stupisce ogni volta.

Ho fretta. Come un amante appassionato che ha pochi minuti per godere del suo amore, e strappa le vesti, armeggia ansimando con bottoni e camicette. Ho fretta di non so cosa, tocco, giro, premo, uso polpastrelli, attrezzi improvvisati che trovo lì vicino, il palmo delle mani, le nocche del pugno chiuso. Come se una visione fugace di ciò che posso fare e devo fare passasse a mò di meteora d’ispirazione. Corro. Ansimo.

E poi, d’un tratto, mi fermo. Non ho finito, non ho mai finito quando mi fermo.

Non provo soddisfazione, non è finito il tempo a disposizione, non vengo interrotta. Mi fermo e basta. E questa sospensione dà un senso al vortice di azione precedente. Un pianista che nel trillo finale solleva le mani. Vuoto. Silenzio.

Certo riprenderò, ma dopo la tregua. Il giorno dopo, o non so quando, continuerò da quel punto. Senza sperò ritrovare più la smarrimento di quella fame iniziale, l’ingordigia di quel momento.

Ho letto recentemente su un blog d’arte un’intervista ad Alfredo Pirri, in cui dice:

“Sai cosa faccio tutti i giorni e non solo per quanto riguarda le mie opere ma tutto? E in particolare per il mio lavoro? Smetto di lavorare solo quando sono certo che se morissi all’improvviso quel lavoro si potrebbe considerare finito. Perché penso sempre a quello che dici e siccome io stesso mi ritengo spettatore dei miei lavori mentre li faccio, penso, che se morissi all’improvviso quella cosa comunque dovrebbe essere completa”.

Io mi muovo al contrario. Non finisco le cose. Volontariamente. Le affronto a spada tratta e poi sospendo. Una danza sincopata maledetta, in cui l’immersione dura un tempo, e la sospensione segue meticolosamente.

Per anni ho chiamato questo mio lato inconcludente.

Adesso che la maturità mi permette di accettarmi senza pregi e senza difetti, comprendo che la mia attrazione verso la non fine delle cose, è una necessità profonda. Un bisogno che si trasforma in tregua - aggancio - con il proseguimento, cioè il domani. Come se sospendendo il lavoro volontariamente e quasi di sorpresa per la me stessa razionale, impedissi la celebrazione di un traguardo, di conseguenza la giustificazione di un arrivo, il termine di un passaggio. Forse è un anti rito che in me esorcizza la fine, e la paura del conseguente vuoto. La morte.

26 novembre 2015

Amore e intensità, contro la violenza sulle donne



Poteva accadere, partecipando
 alla cieca come ospite a questo evento, che mi trovassi in un ambiente di donne arrabbiate in quante ferite, in donne diventate aspre, dure, politicizzate e provocatrici verso l’uomo, rimproveranti e vendicative. 
Invece il 25 novembre a Portogruaro, antico piccolo centro delle terreferme di Venezia, è accaduto che mi sono trovata in un ambiente denso, avvolgente, ma semplice e lineare come le cose autentiche sanno essere. 
Una performance di Enneffe (organizzatrice dell’evento) e di Samuela Barbieri ricca e coinvolgente, agìta in due parti e due location, che mi ha fatto provare emozioni antiche, ataviche, riportandomi a ciò che della Donna amo davvero, la sua forza gentile, la sua tenacia delicata, la sua intensità a tratti lieve, ma solidissima. 
I miei quadri a fare da sfondo caldo, ospiti incauti ma accolti calorosamente. E poi nel boudoir de Le Maschiette, Sara, smessi i panni di co organizzatrice, si è trasformata in elegantissima padrona di casa, nella migliore delle tradizioni della Venezia signorile. Lì una folla variegata di donne, bambine, vecchie, e anche uomini, compagni, mariti. Assiepati e coinvolti in questa serata di energie positive e intense. 
Sono state sì la cura nel gestire ogni parte dell’evento, la accurata scelta delle luci, delle musiche, la raffinatezza degli ambienti e degli ospiti, il livello delle cantanti, la qualità del prosecco a fine serata. Ma sopra a tutto, a far suonare in modo squisito questa giornata dedicata alla violenza sulle donne è stato proprio il paradosso del suo contrario. L’Amore per ciò che si crea, a contrastare l'ignoranza della violenza. Questo il messaggio che mi sono portata dietro, tornando a casa. L’insegnamento che questo prezioso incrocio di donne mi ha lasciato. L’importante sapienza dei gesti, sia artistici della performance, sia di signorile accoglienza degli ospiti, la grande sintonia tra tutti della comune voglia di realizzare qualcosa di concreto, lontano dalle formalità delle solite inaugurazioni, lontano dalle parole vuote delle solite premesse del piccolo politico di turno, lontano dalla ricerca della forma fine a se stessa. 
Ma molto vicino alla sostanza e al buon gusto, quello spontaneo e irresistibile della Semplicità.







































22 novembre 2015

Tra voi artisti

Iniziate senza di me, 
a conoscermi.
Dai frammenti
direi - ma tace la figura muta -
o dalle crepe insinuate, briciole di babele,
olio stracciato e ingenui domini.
Le possibilità si fanno isole
mentre rido, e spunto dall’asfalto della diffidenza,
M’insinuo in voi altri esseri animali e figli di madri
non vedo i segreti dietro ai tendaggi 
dove oscuriamo infanzie e religioni
Il vino nei fondi, quanti figli si aggiungono ai figli,
perché ogni vecchio è un bambino e tace 
dietro la barba e la speranza femmina.
Ancora la mia essenza vi guarda
si emancipa
-ma tace la figura muta-.


.

21 novembre 2015

Un crepaccio nelle difese, oggi ti ho incontrata.

Sotto a quattro trecce grigie oggi mi sono riparata dalla pioggia. In un angolo del mio atelier odoroso di esperimenti tu mi hai parlato di te, dei fantasmi, degli angoli da illuminare e delle scale da fare. Tua madre era mia madre, le mie fragilità le tue. I tuoi capelli d’argento brillante sono davanti a me il traguardo dei miei cammini e mentre ti ho tenuto le mani, i tuoi occhi arabi d’azzurro si sono incagliati nei miei occhi neri d’occidente. Mi hai mostrato la tua vita sotto al gilet e lì pulsava l’anima delle pelli sottili, la delicatezza, la nostra tumultuosa necessità di delicatezza. Laggiù in Giordania ci passavano storie e pellegrini, profeti e assassini, sassi e disperazioni. Lì è nata quella costellazione di ulivi e colori chiari che oggi era accanto a me. Donna diversa tra le donne, impetuosa forza della gentilezza decisa. Mi hai capita subito. Ho appoggiato la mia fronte sulla tua piccola spalla e una finestra di piccole lacrime si é aperta sulle mie ombre. 

Porto addosso gli orecchini grigi che ti sei tolta caldi per me. Un gesto antico e immenso, la delicatezza che abbiamo creato aleggia ancora, nuvola azzurra, intorno a me.